Far From Earth

Chronicles From Zeta Reticuli


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Life and death on those days

You should not be afraid of death. Of course you will lose “almost” anything (based on your “whatever” beliefs), but you will be nonetheless dead.

Now imagine to be everything (ok ok, almost) implied by death, but being alive.

Try thinking better to your whishes next time.

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Epoche

Leggendo in rete…

Il divided government impone compromessi sempre più difficili da raggiungere in un’epoca di polarizzazione politica così marcata.

Sarà, ma più che di polarizzazione marcata parlerei di incapacità al dialogo ed al compromesso. Ci siamo illusioni che nessuno è indispensabile, e quindi non c’è motivo di cercare compromesso quando l’esclusione può portare ad un risultato, nel breve, migliore.
Semplicemente non parliamo più, non ascoltiamo più, il posto della ragione è già stato preso prima di iniziare, ed al compromesso è rimasto solo l’altro, non più noi.
Scegliete senza saperlo ha un prezzo, ed è questo che stiamo scontando oggi.


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Media

Oggi, sempre più, ci viene chiesta razionalità nell’agire, nel porci, nel semplice essere. Agire in modo giusto, serio, prevedibile. Riflettere bene, essere medi, ancor più in questa società di estremi, forse proprio per compensarne tale vena. E proprio dinnanzi a tale e richiesta mi sono fermato di tanto in tanto a pensare. Rimuginare sull’essere medio, comune (non che ciò sia un male assoluto), ragionevole. E molte volte ho voluto essere (o non essere) un estremo, scegliendo vie che non mi hanno portato fama, soldi o felicità. E, con forbita perifrasi, che belle scelte di m***a dirà qualcuno. Ma il passato è tale, e cambiarlo non ci trasformerebbe come speriamo. E poi quelle scelte sono state figlie di considerazioni razionali dei loro tempi, tanto per contraddirmi, e dunque sono state sensate. Senza contare che il mio essere di oggi è tale grazie anche a quelle scelte.

Ma, prima di parlare d’altro, vorrei sottolineare come il medio sia da una parte una normalità desiderabile, il tranquillo e quieto vivere dove possiamo andare a dormire senza pensare come sta il resto del mondo, senza temere di doverci svegliare di nuovo. Però il medio è anche l’annullamento delle identità, lo sciogliersi lentamente nella società stessa, rendendoci perfettamente rimpiazzabili e indistinguibili. Non credo che, almeno oggi come oggi, l’essere umano tenda per sua spontanea volontà al medio, la natura di per sé favorisce una certa variabilità per stimolare la sopravvivenza, però è pur vero che la società per come è organizzata persegue il livellamento degli individui nella migliore delle ipotesi, anche se pure in questo caso c’è molta contraddizione visto che i vertici della società si autocelebrano superiori ai medi, i vincenti, anche se poi nel loro agire (ed ai risultati) mostrano di essere esattamente come i medi da cui si dicono migliori.

Forse il discorso stesso di medi ed estremi è solo una sciocchezza, l’essere medi o estremi vale solo a quando siamo noi stessi, nel momento in cui vogliamo “essere” o “non essere” per motivi indotti dall’esterno cadiamo nell’essere qualcosa che non ci appartiene, e che rischiamo di rimpiangere prima o poi. Certo, questo sarebbe il meglio in una prospettiva di assoluta libertà e riuscendo a discernere ogni influenza cui il mondo esterno ci assoggetta, poi nella vita reale possiamo solo sperare di fare scelte che ci facciano felici, non semplici o popolari, che magari richiedono molto impegno, ma che alla fine rendano noi ed i nostri affetti persone migliori.

Anche in questo periodo ho di fronte la scelta della ragionevolezza o della follia, e come ogni volta è arduo scegliere tra logica ed intuito. Aprirsi ad un compromesso oppure perseguire la classica via? Dovrò rifletterci bene, una volta di più, per capire il dove andare. Andrò a farmi una media, che sia d’aiuto? ;)


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Projects

Stavo per scrivere di aver appena finito il primo progetto serio del 2013, ma mi son ricordato che il giovedì appena passato ho fatto l’esame di cintura di kickboxing e sono passato (cintura blu), quindi almeno formalmente oggi ho completato il secondo progetto dell’anno. Mi premeva finire questo in particolare perché era in cantiere da dicembre.

Cavolo, nemmeno uno se ne accorge e passa da zero a due progetti in un solo istante :D

Aver finito questo progetto è importante anche perché ce ne sono altri che ho iniziato in parallelo (alcuni con altre persone coinvolte) e quindi prima finivo questo, prima riuscivo a portare avanti gli altri con maggiore continuità. Tre mesi per un progetto potrebbero sembrare molti, ma considerate che ne ho alcuni aperti da anni (giusto a dicembre ho finito un segnalibro che avevo iniziato mi pare nel 2003, per capire la proporzione temporale dei miei progetti xD). È che in alcune attività aspetto che la mole di informazioni sia sufficiente a compiere il passo successivo e faccia procedere l’idea in modo naturale. A volte bastano poche ore, a volte sono necessari anni.

Comunque non posso dilungarmi sui dettagli del progetto appena chiuso, penso basti la gif qui sotto ;)


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Take a Shot

Lo strano, l’improvviso, il nuovo e diverso. Come potrete immaginare la mia vita è piena di avvenimenti del tutto strani, improbabili o completamente folli. Lo è al punto tale che ho già preconizzato come morirò in futuro, e penso sarà per un motivo del tutto idiota oppure per una casualità assolutamente improbabile. Sono pure sempre mr. tempismo. Ed anche un giorno della scorsa settimana, giusto per non arrugginire tale mia peculiarità, ero dal capo a spiegare la formazione che avevo in programma in uno workshop in settimana. Lui stava cercando nel frattempo una slide (dei 7 sprechi) e, non trovandola, mi dice scherzosamente “dimmi i sette sprechi” (che chiaramente a memoria non so :D), ed io cerco di fare mente locale, mentre me lo dice clicca su una slide a caso ed io dico quasi istantaneamente ma con calma “Sono quelli”. Ed ovviamente erano esattamente messi in fila sulla slide comparsa. Il tutto raccontato così sembra scontato, ma se accade in mezzo secondo capirete che sono a tempismo livello “ricomincio da capo“.

Al di la della questione strettamente semantica, dove lo strano è tale perché comunque nuovo e difforme dalle nostre abitudini (per cui strano è qualsiasi cosa nuova, che non conosciamo e non si adatta ai sistemi di giudizio che abbiamo), lo strano si configura anche in funzione di quello che vogliamo vedere. Perché come categoria delle percezioni, conta molto anche la nostra “volontà” nel trovare lo strano. Ovvero, l’occhio che vuole vedere lo strano lo vedrà, come per fede. Se siamo convinti (consciamente o meno) che una cosa debba andare in un modo sarà così. Può sembrare banale in alcuni casi, ma vi assicuro funziona anche al punto da far vedere o meno cose che non esistono o fa interpretare azioni in modi del tutto opposti al voluto.

Strano è in fondo una parola che ai più fa paura, lo strano è l’anormale, il nascosto ed il pauroso. Rimanda all’estremo della società, si collega al concetto di mostro e al filone dell’horror come estremo del mondo. Strano come non normale, non usuale o medio, e quindi sconosciuto, pericoloso e da rifuggire, se non distruggere. Lo strano diventa qualcosa da relegare ai margini della società, non tanto per sue caratteristiche intrinseche, ma perché difforme da quanto consideriamo medio. Così strano è l’hipster per il mainstream, strano sarà il genio per i tecnici, ma anche l’eroe per l’uomo comune. Esserlo inconsapevolmente ci avvicina al mondo animale, ad una dimensione ferina che viene percepita come senza razionalità, ma per questo silentemente tollerata. Di contro una appartenenza razionale, se da un lato ci porta alla società nella società, trasborda anche il senso di medio (e di appartenenza) dall’estremo di una condizione al medio di un gruppo di simili. E da qui nasce una delle radici della xenofobia.

E dato che lo strano mi segue, forse anche perché io seguo lui, oppure il simile attrae il simile, qual che sia la ragione ho iniziato a fare fotografie o raccogliere lo “strano” che mi capita. Per capire dove sono diretto. Perché ogni espressione di ciò che ci capita lascia indizi su di noi e sul nostro destino. E dato che per decidere dove andare dobbiamo sapere dove ci troviamo, penso sia imprescindibile raccogliere informazioni su se stessi per capire un po’ meglio come fare ciò che si vuole fare.

Un esempio di strano è capitato subito a capo d’anno, quando siamo andati in macchina a san felice circeo per goderci il panorama, la giornata (stranamente :D) calda e fare un giro in compagnia. Tornando la sera stavo guidando verso latina, quando ad un certo punto sin da lontano un segnale stradale mi colpisce all’improvviso. Mi avvicino rallentando un po’, cercando di capire come mai mi colpisca. E’ come se ci fosse qualcosa di sbagliato in quel cartello, ma non riesco a capire cosa. E’ stata una sensazione molto strana, era come un fortissimo convincimento che ci fosse qualcosa di sbagliato, qualcosa che però andava oltre la mia percezione razionale parlando direttamente al mio subconsico, come un dejavu molto intenso, incredibilmente vicino. La sensazione di straniamento derivava proprio dalla discontinuità tra visione razionale del significato e percezione inconscia dell’oggetto, ma questo l’avrei capito poi.

Fissando per interminabili secondi il segnale, in un solo istante di illuminazione mi sono accorto di cosa non andasse. La sera stava arrivando, il cielo era ancora chiaro ma l’orizzonte mostrava le prime lingue di fuoco del tramonto, gli alberi attorno incorniciavano il paesaggio con un primaverile verde. Ed il cartello se ne stava li, impavido senza curarsi di quello che c’era attorno a lui. Si, lo so che la sto rendendo più epica di quanto probabilmente non fosse, almeno perché il tutto è accaduto in massimo venti secondi. E’ che poi razionalizzando ho capito e “visto” tutto molto più chiaramente.

Si, perché il cartello di stop che oramai stavo quasi fissando era grigio. Sbiadito direi, un rosso talmente tenue e smunto, consunto dal sole, che aveva perso ogni parvenza di un colore reale. Il cartello era quasi svuotato dell’intensità di vita che solo i colori possono dare. Ed in quel singolo istante ho capito da dove venisse la sensazione di disconnessione. Il cartello era circondato da una moltitudine di oggetti colorati, ancor più risaltanti di fronte all’assenza di colore del cartello stesso. Quello che non percepivo prima era che, per quanto forma e parole fossero converse al significato del cartello, il suo colore era qualcosa di estraneo, strano per l’appunto, che portava il mio inconscio lontanissimo da quanto razionalmente vedevo.

E’ stata una sensazione molto particolare, anche perché siamo pur abituati a vedere immagini in bianco e nero, e con il digitale ci siamo abituati anche ad immagini ritoccate, dove un solo elemento è modificato o colorato a volte per dargli vita, sottolinearlo ed enfatizzarlo nel contesto della fotografia. Ma trovarsi nel mondo reale di fronte ad una situazione del genere travalica la percezione. Questo anche perché oramai siamo “assuefatti” dal mondo digitale, e percettivamente lo vediamo come un mondo separato da quello reale. Essere abituati a vedere certe immagini o situazioni su uno schermo non ci sensibilizza verso le stesse immagini nella realtà, questo perché non c’è uno scambio (o sovrapposizione) percettiva dei due fenomeni. Per quanto possa aver già visto molte immagini in bianco e nero (le trovo anzi molto belle proprio perché iper-reali rispetto alla mia vista, pongono tutte le cose sullo stesso piano quando invece i colori, bellissimi, ci rapiscono ognuno verso un particolare singolo) o artefatte digitalmente, il vedere nella realtà qualcosa di così vicino alla “finzione” digitale (finzione solo per la distanza percettiva tra oggetto ed immagine) è stato qualcosa di coinvolgente.

Diamo per scontate un sacco di cose che vediamo, sentiamo e viviamo ogni giorno, tanto che ogni tanto veder saggiate le proprie percezioni da questi avvenimenti strani (così usuali per me :D) è solo un piacere che mi permette di riflettere su cosa sono e come vivo questo tempo.

Insomma, io una vita monotona proprio mai, eh :D