Far From Earth

Chronicles From Zeta Reticuli


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Take a Shot

Lo strano, l’improvviso, il nuovo e diverso. Come potrete immaginare la mia vita è piena di avvenimenti del tutto strani, improbabili o completamente folli. Lo è al punto tale che ho già preconizzato come morirò in futuro, e penso sarà per un motivo del tutto idiota oppure per una casualità assolutamente improbabile. Sono pure sempre mr. tempismo. Ed anche un giorno della scorsa settimana, giusto per non arrugginire tale mia peculiarità, ero dal capo a spiegare la formazione che avevo in programma in uno workshop in settimana. Lui stava cercando nel frattempo una slide (dei 7 sprechi) e, non trovandola, mi dice scherzosamente “dimmi i sette sprechi” (che chiaramente a memoria non so :D), ed io cerco di fare mente locale, mentre me lo dice clicca su una slide a caso ed io dico quasi istantaneamente ma con calma “Sono quelli”. Ed ovviamente erano esattamente messi in fila sulla slide comparsa. Il tutto raccontato così sembra scontato, ma se accade in mezzo secondo capirete che sono a tempismo livello “ricomincio da capo“.

Al di la della questione strettamente semantica, dove lo strano è tale perché comunque nuovo e difforme dalle nostre abitudini (per cui strano è qualsiasi cosa nuova, che non conosciamo e non si adatta ai sistemi di giudizio che abbiamo), lo strano si configura anche in funzione di quello che vogliamo vedere. Perché come categoria delle percezioni, conta molto anche la nostra “volontà” nel trovare lo strano. Ovvero, l’occhio che vuole vedere lo strano lo vedrà, come per fede. Se siamo convinti (consciamente o meno) che una cosa debba andare in un modo sarà così. Può sembrare banale in alcuni casi, ma vi assicuro funziona anche al punto da far vedere o meno cose che non esistono o fa interpretare azioni in modi del tutto opposti al voluto.

Strano è in fondo una parola che ai più fa paura, lo strano è l’anormale, il nascosto ed il pauroso. Rimanda all’estremo della società, si collega al concetto di mostro e al filone dell’horror come estremo del mondo. Strano come non normale, non usuale o medio, e quindi sconosciuto, pericoloso e da rifuggire, se non distruggere. Lo strano diventa qualcosa da relegare ai margini della società, non tanto per sue caratteristiche intrinseche, ma perché difforme da quanto consideriamo medio. Così strano è l’hipster per il mainstream, strano sarà il genio per i tecnici, ma anche l’eroe per l’uomo comune. Esserlo inconsapevolmente ci avvicina al mondo animale, ad una dimensione ferina che viene percepita come senza razionalità, ma per questo silentemente tollerata. Di contro una appartenenza razionale, se da un lato ci porta alla società nella società, trasborda anche il senso di medio (e di appartenenza) dall’estremo di una condizione al medio di un gruppo di simili. E da qui nasce una delle radici della xenofobia.

E dato che lo strano mi segue, forse anche perché io seguo lui, oppure il simile attrae il simile, qual che sia la ragione ho iniziato a fare fotografie o raccogliere lo “strano” che mi capita. Per capire dove sono diretto. Perché ogni espressione di ciò che ci capita lascia indizi su di noi e sul nostro destino. E dato che per decidere dove andare dobbiamo sapere dove ci troviamo, penso sia imprescindibile raccogliere informazioni su se stessi per capire un po’ meglio come fare ciò che si vuole fare.

Un esempio di strano è capitato subito a capo d’anno, quando siamo andati in macchina a san felice circeo per goderci il panorama, la giornata (stranamente :D) calda e fare un giro in compagnia. Tornando la sera stavo guidando verso latina, quando ad un certo punto sin da lontano un segnale stradale mi colpisce all’improvviso. Mi avvicino rallentando un po’, cercando di capire come mai mi colpisca. E’ come se ci fosse qualcosa di sbagliato in quel cartello, ma non riesco a capire cosa. E’ stata una sensazione molto strana, era come un fortissimo convincimento che ci fosse qualcosa di sbagliato, qualcosa che però andava oltre la mia percezione razionale parlando direttamente al mio subconsico, come un dejavu molto intenso, incredibilmente vicino. La sensazione di straniamento derivava proprio dalla discontinuità tra visione razionale del significato e percezione inconscia dell’oggetto, ma questo l’avrei capito poi.

Fissando per interminabili secondi il segnale, in un solo istante di illuminazione mi sono accorto di cosa non andasse. La sera stava arrivando, il cielo era ancora chiaro ma l’orizzonte mostrava le prime lingue di fuoco del tramonto, gli alberi attorno incorniciavano il paesaggio con un primaverile verde. Ed il cartello se ne stava li, impavido senza curarsi di quello che c’era attorno a lui. Si, lo so che la sto rendendo più epica di quanto probabilmente non fosse, almeno perché il tutto è accaduto in massimo venti secondi. E’ che poi razionalizzando ho capito e “visto” tutto molto più chiaramente.

Si, perché il cartello di stop che oramai stavo quasi fissando era grigio. Sbiadito direi, un rosso talmente tenue e smunto, consunto dal sole, che aveva perso ogni parvenza di un colore reale. Il cartello era quasi svuotato dell’intensità di vita che solo i colori possono dare. Ed in quel singolo istante ho capito da dove venisse la sensazione di disconnessione. Il cartello era circondato da una moltitudine di oggetti colorati, ancor più risaltanti di fronte all’assenza di colore del cartello stesso. Quello che non percepivo prima era che, per quanto forma e parole fossero converse al significato del cartello, il suo colore era qualcosa di estraneo, strano per l’appunto, che portava il mio inconscio lontanissimo da quanto razionalmente vedevo.

E’ stata una sensazione molto particolare, anche perché siamo pur abituati a vedere immagini in bianco e nero, e con il digitale ci siamo abituati anche ad immagini ritoccate, dove un solo elemento è modificato o colorato a volte per dargli vita, sottolinearlo ed enfatizzarlo nel contesto della fotografia. Ma trovarsi nel mondo reale di fronte ad una situazione del genere travalica la percezione. Questo anche perché oramai siamo “assuefatti” dal mondo digitale, e percettivamente lo vediamo come un mondo separato da quello reale. Essere abituati a vedere certe immagini o situazioni su uno schermo non ci sensibilizza verso le stesse immagini nella realtà, questo perché non c’è uno scambio (o sovrapposizione) percettiva dei due fenomeni. Per quanto possa aver già visto molte immagini in bianco e nero (le trovo anzi molto belle proprio perché iper-reali rispetto alla mia vista, pongono tutte le cose sullo stesso piano quando invece i colori, bellissimi, ci rapiscono ognuno verso un particolare singolo) o artefatte digitalmente, il vedere nella realtà qualcosa di così vicino alla “finzione” digitale (finzione solo per la distanza percettiva tra oggetto ed immagine) è stato qualcosa di coinvolgente.

Diamo per scontate un sacco di cose che vediamo, sentiamo e viviamo ogni giorno, tanto che ogni tanto veder saggiate le proprie percezioni da questi avvenimenti strani (così usuali per me :D) è solo un piacere che mi permette di riflettere su cosa sono e come vivo questo tempo.

Insomma, io una vita monotona proprio mai, eh :D

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Le Onde

Premessa “doverosa”, questo post è nato in seguito ad una cena natalizia in cui il vino bianco è stato “di compagnia”, e probabilmente anche a seguito degli influssi di questo libro (anche se la tesi che propugna è parzialmente contraria a quella che penso abbia generato questo post).

Ho capito che il senso della mia vita, il senso della vita, è quello che le diamo, quello che vivendo attribuiamo al tempo passato dietro di noi. Allo stesso modo ho paura di non aver dato senso alla mia vita. Dove ho potuto, o meglio dove ne ho avuto coraggio, ho aiutato le persone a me vicine, ho cercato di dare loro il supporto che potevo per far si che la loro vita fosse quello che non sono riuscito ad ottenere con la mia, ma nonostante questo sono costantemente attanagliato dalla “paura” di non lasciare nulla dopo di me. Che assieme alla paura di non generare, creare niente di unico, sono le due forze principali che mi spingono a continuare in questo mondo. Assieme alla curiosità sul come andrà a finire questa mia vita. Mi piacerebbe credere di aver fatto qualcosa di sensato fino ad oggi, ma comprendo che tutto quello che ho fatto nella migliore delle ipotesi è stato un blando tentativo di far fruttare le mie esperienze di vita, per quanto estreme in un senso isolazionista. Forse è valsa qualcosa la mia vita, forse ancora più avanti varrà, però ad oggi sono fermo ad osservarla attraverso i miei occhiali e vedo il mio passato e presente come dipinti statici che mi trasmettono una freddezza assoluta. Certo, sono stati un riflesso di quello che ho voluto essere, e questo non fa altro che rendermi ancora più dolorosa la constatazione che con le scelte giuste avrei potuto essere tutt’altro. Ma questa è la vita si dirà, così va il mondo, ma io non posso sopportare che la casualità su questa scala influenzi l’esistenza delle persone ed abbia determinato la mia vita. Certo, oggi, ora posso scegliere di essere diverso, in ogni momento scegliamo cosa essere e quale direzione dare alla nostra vita, ma questa è una visione filosofica e distante, perché non considera che il passato ha un peso non facilmente mediabile.
Da qui nasce il desiderio di rincominciare da capo, di cancellare il proprio passato fuggendo in un nuovo mondo e poter partire da zero dove nessuno può ricordare chi siamo. Ma questo ci porrebbe ancora di più, in maniera ipocrita, sotto la nostra stessa lente di ingrandimento, perché dove nessuno ci conosce saremmo vittime del nostro stesso senso di colpa, illuminati dalla nostra stessa visione del sé, e non avremmo scampo ad un giudizio gelido ed impietoso. Per questo i pensieri di andarmene, di reiniziare di nuovo non arrivano mai a nulla di concreto. La fuga, per quanto possibile, si manifesta come cura peggiore del male che vorrebbe lenire, palliativo ad un vulnus che sarebbe solo mediato ma non risolto. Forse il mio problema è che penso troppo a cosa possa essere, non ho una reale vita affrancata al mondo sensibile e quindi mi aggrappo ad ogni pensiero e lo seguo nel suo divagare nelle oscurità. Estrema libertà, pagata al prezzo della felicità. Forse per qualcuno ne è valsa la pena, per altri varrà il contrario, ciò che è certo è che sono immerso nel mio pensiero e da li ho poche possibilità di uscita.
Ho un posto privilegiato nella vista della filosofia, della natura umana, ma farlo fruttare significa scegliere consapevolmente di sacrificare cose che ho intravisto e che vorrei sperimentare, ma forse temo sia troppo tardi per poter fare. Forse no, perché ogni volta si impara qualcosa, che non è mai troppo tardi, o come ci sia una età per ogni cosa, o ancora che ci è data una seconda chance in ogni momento.
Tante parole, una cascata di sostantivi, verbi e complementi che riassumono un pensiero un po’ alcolico, ma pur sempre qualcosa che deriva dal mio profondo sentire. È vero, le mia passioni mi permettono di scaricare questo mio dissidio interiore in altre attività, ma non mi portano ad una risposta alle domande che mi pongo, non danno un senso alle cose che vedo. Ma tutto questo può derivare, quando non dall’intuizione estatica di un solo istante, dal ragionamento razionale e logico applicato nel tempo e con pazienza.
Se è vero che in uno stato alterato non possiamo produrre più di quanto non sia già presente in noi stessi, è altrettanto vero che l’alterazione sensoriale, interna o esterna che sia, ci permette di capire, di collegare e farse salti logici che la sobrietà non ci permetterebbe, quanto meno non a a tutti. La questione si pone un po’ come l’approccio alla rete, possiamo essere noi stessi o figuranti con un ruolo da interpretare. In ognuno dei due casi seguiamo una inclinazione naturale che ci porta a qualcosa, e il cambiare il paesaggio, il mezzo in cui interagiamo per necessità di cose modifica il senso stesso delle nostre azioni, la loro direzione. E questo fa si che, per quanto strano, l’essere in un altro stato di coscienza sia di base lo stesso del “reale”, ma al tempo stesso un suo superamento (se non altro per il diverso contorno in cui si trova ad operare), uno stato che non è un completamento od un potenziamento delle facoltà originarie, semplicemente un adattamento a condizioni differenti, condizioni dove il raziocinio risulta allentato, dove i collegamenti si fanno più ampi e dove è più facile scorgere soluzioni che altrimenti non avremmo visto che nella nebbia delle ipotesi.
E dunque il mio malessere di vita deriva si dalla vita stessa, dal mio modo di pormi, ma anche dall’interazione con il mondo stesso, dal come mi sono posto nel passato e dalle conseguenze che ho ingenerato. Ora posso solo prenderne atto e dirigere una barca lungo le rapide del fiume che ho imboccato, non sapendo come andrà a finire (ma questo nessuno in particolare lo sa), ma al tempo stesso ho una libertà di azione invidiabile, e che mi permettere ancora di essere ciò che voglio. Almeno per ora.

E se ci sarà spazio per l’amore, la filosofia e la vita stessa, staremo a vedere. Ora godiamoci il momento, la logica ed i pensieri che da essa derivano, il caos e il destino che emergono impossibili ed impassibili dalle nebbie del presente. Del futuro ce ne occuperemo domani, perché di lui, per quanto vorremmo, sappiamo poco ed in modo incerto. La mia vita è incerta, come la vostra, solo che io me lo ricordo ogni volta che mi sveglio.

Arevoir


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22n (35’47” @ 8km)

(continua) Che altro si è perso?

Il buon senso, anche se è oramai parola abusatissima (al punto da domandarsi se vi siano state epoche in cui sia davvero esistito, oppure siamo di fronte ad una metafora del “si stava meglio quando si stava peggio”). Il buon senso più che morto è stato ricacciato nelle cave. Lo si richiede a gran voce ovunque, ma poco o nulla si fa per farlo tornare. Ci domandiamo spesso dove si sia nascosto, ma siamo ciechi alle nostre stesse azioni che lo hanno portato così lontano. Il mio capo spesso dice che oggi non esistono più persone stupide, che la società ha formulato infinite variazioni di problemi e malattie per distrarci (divertirci, come direbbe Cartesio) dal senso vero. Perché il senso vero credo sia che le persone stupide ci siano ancora, come ci siano quelle svogliate, quelle iperattive e quant’altro. Ma è maggiormente accettabile, moralmente, nominare qualcuno in modo asettico e neutro con un termine definito dalla “scienza”. Così non si deve trattare con i risvolti etici e personali del problema, ma semplicemente si possono meccanizzare le azioni ed inscatolare tutto in modo sicuro. Siamo passati forse da una società dell’empatia, magari sanguigna e non sempre corretta, ma onesta, ad una società della distanza, dove i problemi sono sulla carta, e se non sono li allora non esistono. E per la stessa strada è passato il buon senso, a cui si è sostituita la correttezza formale, rovesciando il senso stesso della società.

Perché la società, sublimazione del branco, è un assieme di individui, anzi di più, in senso chimico è una soluzione di loro (più che un conglomerato). Ma oggi più che mai le strutture che la società si è data, invece che essere figlie si sono trasformate in madri, ed hanno portato la morale dei singoli a seguire la deriva di queste strutture, dove invece una volta erano i singoli (e le loro derive, è vero) a dirigere la società. E in questi tempi post-moderni la direzione presa è quella di un formalismo estremo, della burocratizzazione delle relazioni, quella meccanizzazione preconizzata da Chaplin in “tempi moderni” ma reinventata in modo più sottile. Oggi non si giudicano le proprie azioni in base a degli ideali, non si cerca di capire se e quali siano le idee a cui votarsi, si cerca di pararsi la schiena aderendo il più possibile allo status quo, la forma è diventata anche la sostanza di se stessa, e dunque quella basta per motivare una azione. Ma in questo modo esautoriamo la ragione perché associamo il “bene” a quello che le strutture sovra-sociali ci dicono essere il bene, atrofizziamo la nostra capacità di giudizio e di azione di fronte alle scelte, perdendo un po’ alla volta il buon senso che abbiamo.

Ma al suo estremo opposto il buon senso non deve essere chiusura, illusoria visione del presente come continuità rigida con il passato, giudizio assoluto e cieco. Il buon senso non è faciloneria, al contrario è il più ampio uso della ragione di fronte ai problemi, ma con in mente la chiarezza del percorso che seguiremo. Buon senso non è impedire le azioni che ci possono sembrare stupide, ma dare la possibilità alle persone di soppesarne le conseguenze e di scegliere comunque in modo libero. Il buon senso quindi non più solo come istintuale decisione di cosa sia meglio, ma novella commistione tra intuito e ragione, tra comprensione senza parole e condivisione razionale di quanto si cerca di capire. L’intuito guiderà la ragione dove questa non trovi appigli, la ragione darà forza al cuore dove questo rimanga abbagliato ed ingannato dai fatti. Perché alla base c’è comunque la libertà di ognuno, e per quanto le scelte dei singoli possano essere o meno condivisibili, se la decisione è consapevole e meditata, dobbiamo solo sostenere quanto si sta per compiere, anche se magari non concordiamo. È il fardello della ragione e della maturità.

E dunque l’unica medicina contro questo tremendo vulnus moderno, a meno di non optare per la fede nelle scelte sovra-sociali, è la ragione, la ribellione di fronte alle idee, la voglia di fermarci e prendere tempo per sfidare quelle idee, per poi arrivare magari alle medesime conclusioni, ma saranno a quel punto anche nostre, ed avremo guadagnato in onestà.

E poi, che altro …


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Porcupine Theory

Devo affrontare un errore, un grosso errore che commisi molto tempo fa. No, errore non è la parola giusta, fu un misto tra semplice sbaglio e lucida consapevolezza, che è peggio.
Ho lasciato passare il tempo, mesi ed anni, senza porvi rimedio, perché pensavo che in parte non ci fosse poi rimedio. Ho permesso che il tempo assopisse i pensieri, gli animi e le idee, che la neve coprisse tutto e cancellasse il paesaggio. Ma ad ogni primavera la neve si scioglieva e mostrava nuovamente quanto avevo voluto dimenticare.
E sinceramente non so il “come” fare, non ho idea di come andrà o cosa succederà. Le parole di Amleto esprimono in modo perfetto il senso di questo dilemma:

Morire – dormire, Nient’altro, e dire basta con quel sonno allo scempio del cuore e ai mille strazi inscritti nella carne: è un finirsi da implorare.
Dormire, forse sognare, sì, lì é l’intoppo; perché in quel sonno della morte quali sogni possano venire, quando noi ci siamo sbarazzati di questo terreno imbroglio, deve farci riflettere; questa è al considerazione che dà alla sventura una sì lunga vita;

L’unica cosa che c’è, è che affronterò quanto verrà, perché non voglio più rimandare, prenderò armi contro questo oceano di guai.


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52’32″@10k

Perché perché perché? Prima di un ben tornato, prima di un “alleluja”, e prima ancora di un “ahhhhhhh” con annesso svenimento, credo ci vada il perché. Di fatto poi mi sembra sia pessimo iniziare a scrivere con una domanda, almeno fossi uno scrittore potrei dunque permetterlo, ma così è. Perché così tanto tempo (quasi un anno) senza scrivere? Perché tornare ora? Perché chiedersi il perché?

Beh, alla prima domanda dico che il tempo passa, indipendentemente da noi, è una dimensione liquida che non sappiamo (né forse sarebbe giusto) trattenere. Nell’ultimo annetto di assenza da questo palco ho vivacchiato, meccanicamente ripetuto rituali, più che altro forse ho aspettato. Anche se aspettare in fondo è una delle cose che mi riescono innate, il modus di rifugio dai problemi, l’infantile illusione che il mondo si fermi ad aspettare (o la folle lucidità che tutto cambi, e ciò che non va si assopisca nella memoria e nella realtà). Ho aspettato che questo anno passasse, che questo anno trovasse altre strade, che ci fosse qualcosa di diverso per riabilitare un tempo non troppo felice (karma way?). A fine 2011 avevo brindato con un

2011
For an year full of news,
but not lucky,
a lot of unexpected compliments,
and pain,
for an year full of life,
and two of spades.

non so ancora come brinderò a questo anno, ma per ora non sarebbe un bilancio positivo, non del tutto almeno. Le cose che mi hanno trascinato a fondo maggiormente sono state sicuramente i due ictus di mio padre, ed i neri due mesetti a seguire, dal primo gennaio fino a fine febbraio durante i quali per svariati motivi mi sono sentito trascinato verso il fondo limaccioso di questo mio corso di vita. E poi ci sono stati ciclici e molteplici casini al lavoro, qualche acciacco fisico tornato dall’oltretomba, ed i soliti vani tentativi di superare i miei limiti, di essere migliore.

E per quante cose siano successe poi ci si abitua, purtroppo, ci si abitua a tutto a quanto pare. In passato mi ripromisi di non lasciarmi assuefare dalla _vita_, di non darle vinta l’idea che il tempo potesse sbiadire i ricordi e con loro i sentimenti e le azioni. Volevo farlo perché trovavo sbagliato permettere a singoli accadimenti, diciamo casuali, di toglierci il gusto, di indurci ad un callo, come una corazza invisibile, che mi avrebbe si protetto contro i futuri problemi, ma più di tutto avrebbe snaturato quello che ero, spingendomi lentamente e nel buio verso una “insensibilità” a questo o a quello. Sarebbe un po’ come assumere un veleno a piccolissime dosi, alla fine il nostro organismo imparerebbe a tollerare e sopravvivere al veleno puro, ma gli effetti collaterali dell’assuefazione ne varrebbero la pena? Ai tempi ero convinto di no, però non è andata così, né allora né quest’anno.

Il tempo ha fatto il suo corso, alle settimane sono seguite le stagioni, ai casini sul lavoro mi sono abituato (ma li è stato un bene per me, oramai ci rido sopra, se tutto è importante allora nulla è importante), la mia spalla è ancora conciata ma migliora (ma l’autunno è alle porte), e mio padre si sta lentamente ristabilendo fisicamente, molto lentamente, ma il segno più indelebile è rimasto (e non penso se ne andrà più) nella sua mente. Tutto passa, ed a volte è questo il problema, ma non c’è scampo. La memoria non è un dato fisso, non è una fotografia oppure un diario che con doti superumane fissano i profumi di tempi andati. La memoria è qualcosa che si ricrea ogni giorno, che cambia e si adatta alle esperienze che facciamo, che si conforma al nostro io presente. E spesso questo vuol dire perdere la lucidità di alcuni istanti speciali, nel bene e nel male. Ma se è facile e al momento desiderabile dimenticare il “male” (mi ricordo bene le sensazioni dopo aver parlato con i dottori di mio padre, e quei meta-ricordi rimarranno, ma sono ora vuoti involucri di un passato), anche il bene subisce le stesse sorti, perdendo la sua consistenza, lasciando forme nella memoria senza sostanza. Fantasmi di un passato che possiamo rivivere ogni giorno, ma ogni giorno è più distante.

Alla seconda domanda è più facile rispondere. Al di la delle reticenze sull’interesse che possano ancora suscitare i miei post, sul tempo che non sempre so gestire o sull’indicibile lentezza nell’esprimermi, sono tornato un po’ per me, perché lo scrivere penso mi aiuti a razionalizzare alcune cose che sono successe, un po’ perché qualcuno ogni tanto ancora legge questo angolo “far from earth”, e forse forse un po’ perché al di la di tutte le parole che si possano dire, “we are what we do, not what we say” (@11:58).

E la risposta alla terza domanda, beh, quella è filosofia ;)

Ps: comunque non è che l’anno sia stato solo incespichi e cadute eh, ci sono state anche note positive, come l’aver ripreso a correre con passione, essere riuscito a leggere dei libri meritevoli, aver scoperto doti straordinarie in persone speciali.

Ps2: Maledizione!!! ho dormito nemmeno 4 ore, mi sono svegliato rimbambito (più del solito :P), non avevo soldi da mettere sulla chiavetta per il caffé (caaaffééééé!!!), ho passato la giornata a sbadigliare ed inseguire idiozie e spingitori di idiozie al lavoro (e qui è tutto normale xD), sono andato a correre (ed è pure tornato il caldo -_-“) e poi riunione in CRI fino a troppo tardi, quindi cena e ora ,tardissimo, a letto. Ma è ne è valsa tutta la pena :)


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Here we are

Nei mesi passati mi sono dato molto da fare. A pensare, più che altro. Il che è una cosa del tutto usuale (o almeno dovrebbe esserlo in generale), dunque non ci sarebbe nulla di stupefacente, ma. Ma il fatto è che ho molto pensato e discusso su argomenti oramai abbastanza desueti, che non sono poi così comuni, anche se molto interessanti. Ovvero:

Quale è il senso della vita?
Quale è il risultato della società ad oggi?
Quale è la strada, se c’è, dietro a tutto quello che vediamo?

E di solito ad ogni nuovo argomento di discussione portato sorgeva l’affermazione “Dobbiamo proprio trovarti una ragazza” xD Mi sono posto quelle domande, come avevo già fatto altre volte, e ne ho discusso con amici vari, per cercare di capire, di farmi una idea e vedere di darmi una direzione. Nel senso che ho voluto sedermi un momento, e di fronte al passato fare un punto, tracciare una linea e capire cosa stesse succedendo. In generale.

E’ un periodo molto strano quest’ultimo, da un annetto e mezzo a questa parte oramai, sono successe molte cose dentro e fuori che mi hanno spinto a pormi le domande di cui sopra. Nel senso che, come altre volte in passato, vorrei darmi non un piano preciso di cosa voglia fare, ma perlomeno una idea della direzione in cui andare, non navigare a vista ed esser lieto della vita come viene. Che è una cosa buona quando dai per scontate alcune reti e decisioni (as to be student, to be in a couple, etc), ma quando hai “troppa” libertà di azione capisci che è necessario anche organizzare la realtà, altrimenti ci si muove nella sabbia disperdendo le forze.

Quale è il senso della vita dunque? Ogni volta che ripenso a questa domanda mi ritorna alla mente il film Dred, dove un attore dice ad un’altro:
“Questo è un rompicapo molto antico che racchiude il senso della vita”
“E quale è il senso della vita?”
“Il senso della vita è che prima o poi finisce.”
Concordo in parte con tale visione, nel senso che la vita è opposto della morte, e dunque indipendentemente dalle credenze varie sul dopo-morte la conduzione della vita dovrebbe tenere sempre presente che prima o poi finisce. In maniera necessaria ma anche naturale. Però non mi piace limitare il senso a mero e unico opposto della morte. Infatti, parlando sia con Enry che Leo, un po’ alla volta ho maturato comunque la convinzione che se effettivamente è vero che l’arbitrarietà delle percezioni è alla base di tutto (e tutto relativizza, quindi ogni cosa è possibile a priori, assunta la base logica), è anche vero che come esseri finiti non si può seguire tutte le vie, non per sempre almeno. Si arriva ad un punto in cui si può e si deve scegliere, una rottura di simmetria, un dividere l’universo con una linea di rossa matita per poi porsi da un lato. In maniera conscia se si può, o almeno accorgendosene altrimenti, perché credo che svegliarsi su una sponda scoprendo che qualcosa/qualcuno ha già scelto sia spiazzante.
Dunque il significato della vita, oltre che vita stessa, è qualcosa che razionalmente ci dobbiamo scegliere, ognuno per conto suo ed ognuno in modo conscio. Per prenderci la responsabilità delle nostre azioni.