Far From Earth

Chronicles From Zeta Reticuli


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Media

Oggi, sempre più, ci viene chiesta razionalità nell’agire, nel porci, nel semplice essere. Agire in modo giusto, serio, prevedibile. Riflettere bene, essere medi, ancor più in questa società di estremi, forse proprio per compensarne tale vena. E proprio dinnanzi a tale e richiesta mi sono fermato di tanto in tanto a pensare. Rimuginare sull’essere medio, comune (non che ciò sia un male assoluto), ragionevole. E molte volte ho voluto essere (o non essere) un estremo, scegliendo vie che non mi hanno portato fama, soldi o felicità. E, con forbita perifrasi, che belle scelte di m***a dirà qualcuno. Ma il passato è tale, e cambiarlo non ci trasformerebbe come speriamo. E poi quelle scelte sono state figlie di considerazioni razionali dei loro tempi, tanto per contraddirmi, e dunque sono state sensate. Senza contare che il mio essere di oggi è tale grazie anche a quelle scelte.

Ma, prima di parlare d’altro, vorrei sottolineare come il medio sia da una parte una normalità desiderabile, il tranquillo e quieto vivere dove possiamo andare a dormire senza pensare come sta il resto del mondo, senza temere di doverci svegliare di nuovo. Però il medio è anche l’annullamento delle identità, lo sciogliersi lentamente nella società stessa, rendendoci perfettamente rimpiazzabili e indistinguibili. Non credo che, almeno oggi come oggi, l’essere umano tenda per sua spontanea volontà al medio, la natura di per sé favorisce una certa variabilità per stimolare la sopravvivenza, però è pur vero che la società per come è organizzata persegue il livellamento degli individui nella migliore delle ipotesi, anche se pure in questo caso c’è molta contraddizione visto che i vertici della società si autocelebrano superiori ai medi, i vincenti, anche se poi nel loro agire (ed ai risultati) mostrano di essere esattamente come i medi da cui si dicono migliori.

Forse il discorso stesso di medi ed estremi è solo una sciocchezza, l’essere medi o estremi vale solo a quando siamo noi stessi, nel momento in cui vogliamo “essere” o “non essere” per motivi indotti dall’esterno cadiamo nell’essere qualcosa che non ci appartiene, e che rischiamo di rimpiangere prima o poi. Certo, questo sarebbe il meglio in una prospettiva di assoluta libertà e riuscendo a discernere ogni influenza cui il mondo esterno ci assoggetta, poi nella vita reale possiamo solo sperare di fare scelte che ci facciano felici, non semplici o popolari, che magari richiedono molto impegno, ma che alla fine rendano noi ed i nostri affetti persone migliori.

Anche in questo periodo ho di fronte la scelta della ragionevolezza o della follia, e come ogni volta è arduo scegliere tra logica ed intuito. Aprirsi ad un compromesso oppure perseguire la classica via? Dovrò rifletterci bene, una volta di più, per capire il dove andare. Andrò a farmi una media, che sia d’aiuto? ;)

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Take a Shot

Lo strano, l’improvviso, il nuovo e diverso. Come potrete immaginare la mia vita è piena di avvenimenti del tutto strani, improbabili o completamente folli. Lo è al punto tale che ho già preconizzato come morirò in futuro, e penso sarà per un motivo del tutto idiota oppure per una casualità assolutamente improbabile. Sono pure sempre mr. tempismo. Ed anche un giorno della scorsa settimana, giusto per non arrugginire tale mia peculiarità, ero dal capo a spiegare la formazione che avevo in programma in uno workshop in settimana. Lui stava cercando nel frattempo una slide (dei 7 sprechi) e, non trovandola, mi dice scherzosamente “dimmi i sette sprechi” (che chiaramente a memoria non so :D), ed io cerco di fare mente locale, mentre me lo dice clicca su una slide a caso ed io dico quasi istantaneamente ma con calma “Sono quelli”. Ed ovviamente erano esattamente messi in fila sulla slide comparsa. Il tutto raccontato così sembra scontato, ma se accade in mezzo secondo capirete che sono a tempismo livello “ricomincio da capo“.

Al di la della questione strettamente semantica, dove lo strano è tale perché comunque nuovo e difforme dalle nostre abitudini (per cui strano è qualsiasi cosa nuova, che non conosciamo e non si adatta ai sistemi di giudizio che abbiamo), lo strano si configura anche in funzione di quello che vogliamo vedere. Perché come categoria delle percezioni, conta molto anche la nostra “volontà” nel trovare lo strano. Ovvero, l’occhio che vuole vedere lo strano lo vedrà, come per fede. Se siamo convinti (consciamente o meno) che una cosa debba andare in un modo sarà così. Può sembrare banale in alcuni casi, ma vi assicuro funziona anche al punto da far vedere o meno cose che non esistono o fa interpretare azioni in modi del tutto opposti al voluto.

Strano è in fondo una parola che ai più fa paura, lo strano è l’anormale, il nascosto ed il pauroso. Rimanda all’estremo della società, si collega al concetto di mostro e al filone dell’horror come estremo del mondo. Strano come non normale, non usuale o medio, e quindi sconosciuto, pericoloso e da rifuggire, se non distruggere. Lo strano diventa qualcosa da relegare ai margini della società, non tanto per sue caratteristiche intrinseche, ma perché difforme da quanto consideriamo medio. Così strano è l’hipster per il mainstream, strano sarà il genio per i tecnici, ma anche l’eroe per l’uomo comune. Esserlo inconsapevolmente ci avvicina al mondo animale, ad una dimensione ferina che viene percepita come senza razionalità, ma per questo silentemente tollerata. Di contro una appartenenza razionale, se da un lato ci porta alla società nella società, trasborda anche il senso di medio (e di appartenenza) dall’estremo di una condizione al medio di un gruppo di simili. E da qui nasce una delle radici della xenofobia.

E dato che lo strano mi segue, forse anche perché io seguo lui, oppure il simile attrae il simile, qual che sia la ragione ho iniziato a fare fotografie o raccogliere lo “strano” che mi capita. Per capire dove sono diretto. Perché ogni espressione di ciò che ci capita lascia indizi su di noi e sul nostro destino. E dato che per decidere dove andare dobbiamo sapere dove ci troviamo, penso sia imprescindibile raccogliere informazioni su se stessi per capire un po’ meglio come fare ciò che si vuole fare.

Un esempio di strano è capitato subito a capo d’anno, quando siamo andati in macchina a san felice circeo per goderci il panorama, la giornata (stranamente :D) calda e fare un giro in compagnia. Tornando la sera stavo guidando verso latina, quando ad un certo punto sin da lontano un segnale stradale mi colpisce all’improvviso. Mi avvicino rallentando un po’, cercando di capire come mai mi colpisca. E’ come se ci fosse qualcosa di sbagliato in quel cartello, ma non riesco a capire cosa. E’ stata una sensazione molto strana, era come un fortissimo convincimento che ci fosse qualcosa di sbagliato, qualcosa che però andava oltre la mia percezione razionale parlando direttamente al mio subconsico, come un dejavu molto intenso, incredibilmente vicino. La sensazione di straniamento derivava proprio dalla discontinuità tra visione razionale del significato e percezione inconscia dell’oggetto, ma questo l’avrei capito poi.

Fissando per interminabili secondi il segnale, in un solo istante di illuminazione mi sono accorto di cosa non andasse. La sera stava arrivando, il cielo era ancora chiaro ma l’orizzonte mostrava le prime lingue di fuoco del tramonto, gli alberi attorno incorniciavano il paesaggio con un primaverile verde. Ed il cartello se ne stava li, impavido senza curarsi di quello che c’era attorno a lui. Si, lo so che la sto rendendo più epica di quanto probabilmente non fosse, almeno perché il tutto è accaduto in massimo venti secondi. E’ che poi razionalizzando ho capito e “visto” tutto molto più chiaramente.

Si, perché il cartello di stop che oramai stavo quasi fissando era grigio. Sbiadito direi, un rosso talmente tenue e smunto, consunto dal sole, che aveva perso ogni parvenza di un colore reale. Il cartello era quasi svuotato dell’intensità di vita che solo i colori possono dare. Ed in quel singolo istante ho capito da dove venisse la sensazione di disconnessione. Il cartello era circondato da una moltitudine di oggetti colorati, ancor più risaltanti di fronte all’assenza di colore del cartello stesso. Quello che non percepivo prima era che, per quanto forma e parole fossero converse al significato del cartello, il suo colore era qualcosa di estraneo, strano per l’appunto, che portava il mio inconscio lontanissimo da quanto razionalmente vedevo.

E’ stata una sensazione molto particolare, anche perché siamo pur abituati a vedere immagini in bianco e nero, e con il digitale ci siamo abituati anche ad immagini ritoccate, dove un solo elemento è modificato o colorato a volte per dargli vita, sottolinearlo ed enfatizzarlo nel contesto della fotografia. Ma trovarsi nel mondo reale di fronte ad una situazione del genere travalica la percezione. Questo anche perché oramai siamo “assuefatti” dal mondo digitale, e percettivamente lo vediamo come un mondo separato da quello reale. Essere abituati a vedere certe immagini o situazioni su uno schermo non ci sensibilizza verso le stesse immagini nella realtà, questo perché non c’è uno scambio (o sovrapposizione) percettiva dei due fenomeni. Per quanto possa aver già visto molte immagini in bianco e nero (le trovo anzi molto belle proprio perché iper-reali rispetto alla mia vista, pongono tutte le cose sullo stesso piano quando invece i colori, bellissimi, ci rapiscono ognuno verso un particolare singolo) o artefatte digitalmente, il vedere nella realtà qualcosa di così vicino alla “finzione” digitale (finzione solo per la distanza percettiva tra oggetto ed immagine) è stato qualcosa di coinvolgente.

Diamo per scontate un sacco di cose che vediamo, sentiamo e viviamo ogni giorno, tanto che ogni tanto veder saggiate le proprie percezioni da questi avvenimenti strani (così usuali per me :D) è solo un piacere che mi permette di riflettere su cosa sono e come vivo questo tempo.

Insomma, io una vita monotona proprio mai, eh :D


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Così è la vita

Oggi stavo riordinando la stanza, mettevo in ordine un po’ di libri e varie carte diligentemente impilate nel tempo su scrivania, un armadietto ed una sedia. Dato che avevo iniziato a sistemare la libreria (perché mi serve spazio per i nuovi libri che vorrei prendere -_-“), decisi di estendere il rimettere in ordine al resto delle cose varie appollaiate qua e la, almeno avrei potuto anche fare una selezione di cosa fosse ancora interessante e cosa no.

Normalmente suppongo questa attività non prenda molto tempo a voi, ma nel mio caso ho ereditato da mio padre la capacità di non buttare nulla, o quasi. A sua differenza però, quasi periodicamente, rivedo le cose che ho raccolto e cerco di capire cosa sia ancora utile o mi ricordi qualcosa del passato e cosa si possa buttare. Sia come sia, accumulo molti oggetti e lo spazio che ho a disposizione tende a saturarsi abbastanza in fretta, quindi secondo un modo quasi zen riesco ad impilare tra equilibri precari un buon numero di cose prima di cedere alla riorganizzazione.

Dunque stamane mi sono rimboccato le maniche ed ho iniziato il lavoro, togliendo ogni cosa, pulendo tutto e riorganizzando i miei possedimenti. Ad un certo punto mi sono accorto di come mi servisse un mobiletto per poter organizzare meglio alcuni documenti. Dato però che lo spazio a disposizione era limitato e non ho in cosa un mobile che facesse al caso mio, ho deciso di costruirmi da me il mobiletto. Nulla di eccezionale, un tavolino con ripiano sottostante, però con le dimensioni e l’altezza che servivano a me. Sono andato nella legnaia ed ho iniziato a prendere i travetti per la struttura e le gambe. Un po’ di taglio con bindella e sega circolare e poi una pulita dei componenti con una piallatrice ed ho potuto iniziare ad assemblare il mio mobiletto.

Nel frattempo la neve aveva iniziato a scendere, e credo il freddo ad intensificarsi, ma tanto oltre a non patire più di tanto il freddo ero impegnato in una furia creativa che mi assorbiva completamente. Così ho continuato a segare ed inchiodare legno fino ad avere la struttura pronta. A questo punto ho cercato altri assi per fare i ripiani e le pareti del mobiletto, di modo che potessi portarlo a compimento e finalmente poter rimettermi a riorganizzare le varie cosette sparse ora per la stanza. Trovo le assi giuste, misuro le lunghezze che mi servono e decido come procedere. Mi metto a segarle, e quando ho quasi tutto inizio a chiudere il mobiletto. Prima le pareti laterali, poi il retro e quindi il ripiano, lasciando per ultimo il tavolo superiore.

Mentre inchiodo il ripiano però mi accorgo di aver non aver abbastanza assi tagliate, dunque decido di passare al tavolo e poi di finire il ripiano, in fondo mancava solo un pezzo. Prendo le tre assi del tavolo e con certosina pazienza le porto a misura, millimetro dopo millimetro, di modo che si incastrino perfettamente nel mobiletto. Ma non le inchiodo, prima devo finire il ripiano e mi serve l’accesso dall’alto. Così misuro il pezzo mancante del ripiano e decido di usare due pezzi invece che uno, per praticità mia. Così prendo i due pezzi e li porto a misura, lavorando di piallatrice. Dopo aver preso le misure faccio la prima passata ma mi accorgo che ho ancora molto da togliere quindi decido di tagliare il grosso con la bindella.

Accendo la bindella e vedo che la lama non si muove, il motore cerca di girare ma nulla. Sapendo che la bindella tende a fare attrito in una posizione la spendo e faccio girare la ruota della puleggia a mano per sbloccarla. Peccato che tengo la mano non all’esterno della puleggia ma all’interno, vicino alle cinghie, troppo vicino posso dire ora con certezza :D La ruota gira e con lei le mie dita che in un attimo finiscono tra puleggia e le cinghie. In quel momento, a parte la piccola smorfia di dolore, mi sono detto, “Ma eccheccazz!!! avevo quasi finito!!!”. Faccio scorrere la puleggia nella direzione opposta, libero le dita e controllo che ci siano tutte. Ci sono. Le muovo, movimenti coordinati alle articolazioni, quindi niente fratture scomposte.

Attenzione , i link qui sotto non sono un bello spettacolo ;)
Mão Dedos

E poi mi faccio una grassa risata. Si, perché mentre riordinavo la stanza mi era finito tra le mani il sacchetto del pronto soccorso con garze sterili, cerotti, disinfettanti e quant’altro, e vedendolo mi ero chiesto se sarei riuscito ad usarlo prima che scadessero le varie cose :D E se non bastasse, mentre stavo andando a tagliare i due pezzi finali, il mignolo della mano destra aveva sfiorato la lama della sega circolare, ed io ho distintamente pensato “no dai, sono attaccato ai mignoli, lasciamoli attaccati loro” xD

Così, visto che non mi sono fatto molto, vado in magazzino, strappo due lembi di stoffa e fascio le dita e torno alla bindella. Taglio i due pezzi di legno e vado a finire il mobiletto. Ma quando li provo vedo che manca ancora un pochino alla misura giusta, e mi accorgo anche di come il lembo di stoffa si sia già bagnato completamente di sangue rosso rubino. Tolgo il lembo, ne strappo un altro e lo fascio un po’ meglio. Quindi prendo la lima e finisco i due pezzi a mano, e con la piallatrice. Monto il tutto ed finisco anche il tavolo. Ecco, ora il mobiletto è completo. Rimetto tutti gli attrezzi in ordine, scollego le macchine e pulisco sommariamente prima di portare il nuovo mobiletto in stanza. Li, una volta tornato sfrutto subito il nuovo spazio e impilo nuovamente, questa volta dividendoli, i vari libri, fogli e giornali che avevo smistato prima. Una volta finito tutto mi occupo delle dita :D

Vado in bagno e, dopo aver tolto il bendaggio di fortuna, metto le dita sotto un flusso di acqua calda, e nel frattempo le lavo con un po’ di sapone. La falegnameria non è un lavoro che lasci le mani particolarmente pulite ;) Dopo qualche minuto sotto l’acqua calda, con le mani finalmente pulite uso l’acqua fredda per indurre vaso costrizione, anche se oramai sanguinano molto poco, e quindi le asciugo, senza toccare troppo le zone schiacciate. Quindi torno in stanza e posso aprire il pacchetto del pronto soccorso, tolgo bende sterili ed un po’ di cerotto. Guardando la mano vedo che alla fin fine mi sono solo schiacciato le dita, probabilmente l’unghia dell’anulare si è staccata ma lascerò che si separi da sola più avanti dato che per ora è “solo” sollevata circa 4/5 mm. Metto un buon giro di garze, un pochino di disinfettane e chiudo tutto con un cerotto a nastro. Le dita sono gonfie e l’anulare perde ancora un pochino di sangue, ma visto la mia normale capacità innata di attentare alla salute mia e dei miei arti, mi è andata bene ;)

Insomma, questo anno è iniziato pericolosamente ed all’insegna dell’ironia :D


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Del Capo d’Anno ed altre Amenità

Buon anno a tutti/e! Dopo il primo giorno di lavoro “ufficiale” eccomi a scrivere un posticino sulle mie follie vacanziere, complici la giornata al ribasso tra nebbia, stanchezza e assonnatezza da 5 ore di sonno.

E dunque, dato che un altro post attende, per capo d’anno mi sono assentato dal mio mondo, ho staccato la spina e sono partito. Ho notato, tra l’altro, che negli ultimi giorni di ferie (penso complice il maggior dormire, ed il maggiore cibo :D) ho goduto molto di più dei giorni rilassati rispetto agli altri dell’anno appena passato. Quando ero in procinto di finire le ferie, il giorno prima del rientro al lavoro, mi è sembrato di svegliarmi da una vacanza di settimane, e di non ricordarmi nemmeno cosa avessi da fare al lavoro. Scontato dire che è una sensazione molto appagante, si scopre di aver vissuto davvero nell’essenza le vacanze appena trascorse. Ed anche per questo capo d’anno è stato così. Certo, probabilmente sarebbe stato anche meglio se avessi viaggiato in modo più comodo, ma non ne sono così sicuro, e poi non avrei avuto molto di folle da raccontare in quel caso (rispetto al raccontabile).

Ma andiamo per ordine. Questo capo d’anno è iniziato in modo atipico, con la proposta di Jo di passare il capo d’anno da lei a Latina. Avevo già dato una parziale conferma ad un altro amico, ma dato che ero in debito di una proposta simile (per una estate di molti anni fa) con Jo, ho deciso di mollare gli ormeggi e fare un salto da lei. Unico problema erano i ~700km che ci separano. Certo aerei e treni sono una gran mano in questi casi, se non fosse che prenotarli con 2 settimane di anticipo a cavallo dell’anno è vagamente costoso. Non che questo sia in sé un vincolo insuperabile, se ci si tiene si fa questo ed altro per alcune persone, ma volendo unire l’utile al folle mi sono dato da fare per trovare una alternativa. E dunque mi sono detto, perché non andarci in macchina? il tratto più lungo fatto fino a quel momento erano “solo” ~600km (per il colloquio di lavoro a Rolle), dunque era un modo per vedere dove si fermassero i miei limiti. Certo, quando sono andato a Rolle erano stati andata e ritorno in giornata, per un colloquio di un’oretta, pranzo a base di un panino e poi via verso gli altri impegni della giornata.

Quindi la mia scelta ricadde in modo ovvio sull’andare in macchina. Anche perché, a me non è che dispiaccia andare in macchina, e poi il viaggio nella sua accezione fondante vive della meta e del percorso che facciamo per raggiungerla. Ed allo stesso modo, un ricordo risalta e si intensifica quando lo appaiamo al viaggio che ci ha portato a lui, da sempre infatti sappiamo che il “contorno” è parte integrante del paesaggio che vediamo e del soggetto che li vive. Però così sarebbe stato facile, troppo facile. E dunque scelsi di andarci si in macchina, ma senza usare le autostrade. Anche perché la differenza tra autostrada e normali vie è semplicemente quella temporale, e dato che per me il tempo non è un vincolo ho potuto prendere questa via.

Il viaggio come dicevo è una entità fondante della nostra cultura, ma nei tempi via via più recenti tale dimensione si è arenata sul mero spostamento di cose da un punto all’altro. Il viaggio è stato svuotato della sua dimensione umana e sensibile, trasformando per contrappasso l’uomo in merce. Sono passati gli anni in cui viaggiare significava conoscere persone nuove, in cui il viaggio era sovente parte del racconto e non solo i luoghi alla sua fine. Oggi invece cerchiamo di raggiungere il fine ma spesso ci dimentichiamo del mezzo, oppure lo affiliamo a tal punto da renderlo un’anima trasparente e priva di qualsiasi colore. Ma in questa tensione verso il fine, una volta raggiunto lui non ci soddisfa più come prima, forse proprio perché abbiamo perso il rito del mezzo che ci preparava ed allietava durante l’attesa. Ma da qui, dal fine, invece di ridare la dimensione al mezzo cerchiamo di intensificare ancora di più il fine, estremizzandolo, ed anoressizzando ancora più il mezzo. E questo si può applicare ai viaggi, alle competenze ed ai sentimenti.

Cerchiamo di accrescere l’intensità dei fini perché abbiamo svuotato i mezzi della loro fragranza. Cerchiamo mete sempre piú lontane ed esotiche mentre i viaggi sono sempre più veloci, neutri e distaccati. Viaggiamo senza goderci il mondo e le sue infinite striature, siamo affamati della meta promessa e non accettiamo ritardi o cambi di piano. Ed allo stesso modo ci copriamo di burocrazia, regole e leggi per non guardare i singoli casi e immergere il viso nel mondo reale. Oppure ci trasciniamo in relazioni malate e stanche, oppure in apatia ed autodistruzione perché non sappiamo più imparare da quello che ci succede, non sappiamo più guardare ai nostri sbagli ma vogliamo solo che il fine sia quello di un film. Ma nei film il viaggio è una mera punteggiatura in quello che sarebbe il romanzo della vita reale. E dunque quando posso, cerco di non tagliare i viaggi, le casualità e le follie perché di loro i ricordi avranno il sapore. Ma filosofia da 5 cent. a parte, il viaggio in macchina non poteva chiaramente essere lineare, non tanto per ricerche mie di follia, non solo per lo meno, ma anche per onde del destino si potrebbe dire.

E così, dopo aver consultato l’oracolo di google maps, parto alle 7 di mattina del 30/12, sapendo che secondo l’oracolo avrei dovuto metterci qualcosa come nove ore e mezza, senza stop intermedi, chiaro. Parto e dopo meno di un’oretta mi accorgo di alcune piccole, ma proprio piccole eh, mancanze dell’ultimo secondo. Tipo il fare colazione abbondante prima di mettermi in viaggio invoglia particolarmente l’intestino, e penso sia chiaro in che senso xD Quindi dopo un paio di stop ad altrettanti bar per non meglio precisate soste “caffè”, continuo il viaggio verso l’adriatico. Già, perché a quanto pare la strada più veloce per Roma, senza passare per autostrade varie, ha come capi saldi il passaggio prima da Milano a Ravenna, per poi imboccare la E45, tutta. Tutta tutta. Quasi 400 km di superstrada dall’adriatico fino a Roma xD Comoda eh, ma interminabile :D Comunque mentre facevo strade più o meno battute verso Ravenna nell’ordine, il cellulare si spegne (e scopro che con il gps acceso in macchina si scarica più velocemente di quanto si carichi, il che è un problemino … -_-“), mentre il cellulare è spento ed in ricarica (così fa prima) ovviamente Jo mi chiama e mi messaggia. Quando lo riaccendo e riattivo il navigatore mi dimentico di togliere il passaggio dalle autostrade … così mi indirizza “subdolamente” verso la A1, fortunatamente io capisco qualcosa quando arrivo al casello ed il GPS mi dice di entrare :D

Chiaramente per far passare il tempo, al di la della radio e della musica, mi diverto a guardare fuggevolmente il paesaggio, mentre con lentezza cambia all’orizzonte. La fortuna vuole che il 30 fosse domenica, quindi pochissimo traffico sulle strade, per contro anche pochissimi distributori di GPL aperti xD così mi trovo ogni 3/4 orette a cercare in ogni angolo un distributore aperto. La prima ricerca però è stata fantastica, ero oramai in riserva spinta, e mi sarei fermato ovunque indipendentemente dal prezzo assassino esposto, ad un certo punto scorso sulla superstrada un distributore e mi dico “toh, che fortuna, ed ha pure i prezzi bassi” e mentre mi avvicino vedo che è pure aperto, e sempre più gioioso conto i metri all’arrivo della pompa, se non che al momento dell’ingresso dico “eccolo eccolo eccolo … chiuso xD”. Vedo che è sbarrato … lavori di ristrutturazione, non avevano sistemato il cartello di aperto/chiuso -_-” Riesco a superare anche le forche caudine della riserva di carburante e proseguo nel viaggio verso Latina, e mentre mi trovo a scendere dagli appennini ho la fortuna di osservare un bellissimo tramonto.

Ultimamente mi rapiscono sempre i tramonti, le notti stellate, il cielo ed i colori dei paesaggi. So che razionalmente sono tutte immagini uguali a migliaia di altre che ho già visto, non c’è nulla di “realmente” nuovo che li distingua e renda unici. Però, vedendo questo tramonto ho capito che non è quello che vedo ad essere unico, ma la commistione dell’immagine al momento in cui la vedo. Il tramonto ed il viaggio in sé, i colori così saturi e cangianti uniti al tepore di un’aria non più delle mie zone, la stanchezza del viaggio e quell’infinito che trasuda l’orizzonte e perdersi nelle distanze. Così per qualche attimo mi godo il viaggio e le sue attrattive, così usuali ed identiche ad altri viaggi, così uniche ed irripetibili come i singoli momenti che ci sono in ogni istante.

E continuando il viaggio di andata il cellulare si spegne di nuovo, e google maps ri resetta di nuovo e mi spinge ancora una volta verso le autostrade … non imparo proprio mai xD Ma dato che vedo che manca proprio poco a Roma, circa 40 km, decido di farmeli tutti per strade normalissime, nemmeno superstrada. Diciamo che la scelta è stata paesaggisticamente gratificante, un po’ meno dal punto di vista delle curve e del sali scendi sulle colline tra Orte e Roma. Piano piano supero anche Roma ed il raccordo anulare, per l’occasione incredibilmente deserto (vabbhé, i miei ricordi erano associati ad un lunedì mattina lavorativo, quindi non regge il confronto :D) , e piano piano mi dirigo verso Latina. Oramai sono alle 11 ore di macchina, interrotte solo da tre soste GPL e due soste fisiologiche, giusto per non pesare troppo sulla durata del viaggio. Ma anche quando arrivo nella via di destinazione il mio fato si diverte con me (ed io con lui ;) ), dovrei cercare il civico 16 … passo con la macchina e vedo il civico 18, e mi dico “appena superato azz!!!” , giro la macchina e torno indietro, rallento, civico 20 … civico 18 … civico 14 … mmm, e il 16 dov’è ??? xD Mi tocca passare altre due volte per vedere che il 16 era vicinissimo al 14 e quindi sembrava quasi non esserci. Cosi, dopo solo 12 ore di viaggio arrivo a destinazione.

Tra l’altro, pur avendo avvertito che sarei arrivato per le 18.30, non avrei trovato Jo che era in altre faccende affaccendata … ma è stata più veloce lei, dato che dopo aver parcheggiato mi avvicino al campanello e vedo una macchina passare dietro di me e fermarsi per posteggiare. Era lei. Perfetto tempismo direi. Ma io sono Mr tempismo :D Il ritorno sarà molto più lineare, diciamo così, ma lo metterò più avanti, qui siamo già a lunghezze spropositate del post. Ma voglio comunque terminare dicendo che è stato un gran capo d’anno. Anche se della dozzina di persone che eravamo conoscevo all’inizio solo Jo, mi sono trovato benissimo con loro, un gruppo di persone molto disponibili ed alla mano (sarà merito della padrona di casa? ;) ), con cui mi sono divertito durante l’interminabile cena luculliana, la notte passata a cazzeggiare in centro per cercare una disco, poi tirando le 5 a giocare giochi assurdi con davanti vino e spumante. E poi il giorno dopo, con l’augurio del tempo clemente, a visitare i paesini e le stupende terre limitrofe. Veramente un bel capo d’anno. Grazie davvero a Jo ed agli amici!

Vabbhé, alla fine di questo panegirico le solite immaginette :D Lo studio dell’occhio so che non è realistico, ma dato nella testa del pettirosso l’occhio era uscito troppo piatto, ho voluto capire come fare per migliorare un pochino ;)


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The Fine Music

Anche per quest’anno posso rimettere slitta e renne nell’armadio (vabbhé, diciamo la slitta, le renne magari le tengo in giardino :D), un altro natale sta passando ed il babbo natale che è in me può tornare al polo nord a dormire un po’. Il freddo ed il gelo lo conserveranno fino all’anno prossimo, quando nuovamente potrà uscire e fare il suo dovere, o meglio far quello che in fondo trovo più adatto alla sua persona, portare un po’ di felicità (tra virgolette, si intenda) a coloro che stimo di più.

Eppure come ogni anno torno a pensare a quello di cui sono testimone, della situazione del mondo e del suo andare avanti. Sono testimone dei suoi sforzi e delle sue cadute, dei tentativi di migliorare e del percorso che poi prende la storia. Ma senza allargarmi al mondo intero, posso già intendere cosa succeda limitandomi alla cerchia di coloro che fanno parte della mia famiglia allargata.

E di tutto questo la cosa che mi fa incazzare è che io, che me ne frego, che me ne sto lontano dal mondo ed insensibile al suo mutare accetto le sue sfide, ignoro i suoi giudizi e lo sfotto domandando se sia tutto quello che è capace di fare, io che lo sfido apertamente, ne ricevo ogni volta solo vantaggi e tutto va secondo una fortuna sfacciata che non ha motivo di esistere per me. Mentre per chi, con immane sforzo e dedizione cerca di ritagliarsi una sua esistenza normale, tranquilla e serena, si trova a combattere i capricci del destino ed imprevisti che non avrebbero senso di esistere. È tutto questo che non comprendo, è la logica di questi accadimenti che mi sfugge e timorosa si nasconde ai miei occhi. Ed è da qui che nasce il mio dissidio interiore, è qui che vorrei poter contare qualcosa e dare una mano, scambiare il mio “destino” con il vostro, dato che a me il mondo sembra aver riservato qualcos’altro che ancora non conosco, eppure so che riuscirò in ogni caso a domarlo. Io invece vorrei domare non tanto il mio futuro, quello è scontato e facile, ma il vostro, allungare una mano e potervi trarre d’impaccio, vorrei forse semplicisticamente fare di più, aiutarvi, essere migliore.

Beh, forse è un proposito, uno in più, per il prossimo anno, qualcosa da migliorare, qualcosa da cui posso imparare. Dare di più, fare qualcosa che possa essere utile, qualcosa che alla fine dei giochi rimanga, non per me che alla polvere tornerò, ma a voi che mi fate compagnia in questa mia avventura che è la vita.

Ps: che ve lo dico a fare, se serve ci sono.


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Tecnica del disegno: La Separazione

Per i/le folli che non hanno nulla da fare e vogliono perdere la poca ragione rimasta, ebbene si, io, disegno. Lo faccio perché mi rilassa, come con i bonsai o la corsa, mi permette di staccare la mente e di concentrarmi su una sola cosa, su un solo argomento da portare a termine. Non che sia un gran che bravo (come del resto con bonsai e corsa), ma mi trovo bene con queste mie passioni, e quindi continuo da lungo tempo.
Di recente, grazie ad una amica, ho ripreso a disegnare con più gusto, credo anche perché “dover” disegnare per qualcuno mi aiuta a dare un senso, o quanto meno una direzione, ai disegni che faccio.
Questo non toglie che i miei disegni siano molto poco professionali, anzi. Sono pieni di difetti, piccoli e grandi (se chiedete vi spiego anche dove siano ;) ), e ogni volta che disegno è sempre un tormento portare a termine qualcosa, perché ogni piccolo schizzo mi sembra sempre zeppo di errori e di cose da migliorare. Ma nonostante tutto vado avanti.

Questo anche perché ho ripreso un buon metodo (funzionale anche con altre questioni) per limitare l’eccessiva attenzione a quanto sto facendo. La separazione del lavoro. La separazione aiuta a non vedere le schifezze che fate e, tornando sul luogo del delitto, potreste persino trovarle decenti gli sgorbi che il mondo stesso si è rifiutato di credere potessero esistere (o almeno per me funziona così) :D Il senso della separazione è che, cambiando focalizzazione del pensiero siamo in grado di ripristinare la corretta prospettiva, il giusto peso, a particolari che magari durante un disegno prolungato finiamo con l’ipercriticare, senza magari essere “davvero” oggettivi. Un po’ come dormire sopra una questione importante, farsi una passeggiata per schiarire la mente, alternare momenti di svago completo a momenti di studio, etc. Il metodo funziona anche con le incazzature, questioni lavorative e affari di cuore.

Beh, il tutto era per mettere almeno un disegno, ogni tanto ;)