Far From Earth

Chronicles From Zeta Reticuli


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The Fine Music

Anche per quest’anno posso rimettere slitta e renne nell’armadio (vabbhé, diciamo la slitta, le renne magari le tengo in giardino :D), un altro natale sta passando ed il babbo natale che è in me può tornare al polo nord a dormire un po’. Il freddo ed il gelo lo conserveranno fino all’anno prossimo, quando nuovamente potrà uscire e fare il suo dovere, o meglio far quello che in fondo trovo più adatto alla sua persona, portare un po’ di felicità (tra virgolette, si intenda) a coloro che stimo di più.

Eppure come ogni anno torno a pensare a quello di cui sono testimone, della situazione del mondo e del suo andare avanti. Sono testimone dei suoi sforzi e delle sue cadute, dei tentativi di migliorare e del percorso che poi prende la storia. Ma senza allargarmi al mondo intero, posso già intendere cosa succeda limitandomi alla cerchia di coloro che fanno parte della mia famiglia allargata.

E di tutto questo la cosa che mi fa incazzare è che io, che me ne frego, che me ne sto lontano dal mondo ed insensibile al suo mutare accetto le sue sfide, ignoro i suoi giudizi e lo sfotto domandando se sia tutto quello che è capace di fare, io che lo sfido apertamente, ne ricevo ogni volta solo vantaggi e tutto va secondo una fortuna sfacciata che non ha motivo di esistere per me. Mentre per chi, con immane sforzo e dedizione cerca di ritagliarsi una sua esistenza normale, tranquilla e serena, si trova a combattere i capricci del destino ed imprevisti che non avrebbero senso di esistere. È tutto questo che non comprendo, è la logica di questi accadimenti che mi sfugge e timorosa si nasconde ai miei occhi. Ed è da qui che nasce il mio dissidio interiore, è qui che vorrei poter contare qualcosa e dare una mano, scambiare il mio “destino” con il vostro, dato che a me il mondo sembra aver riservato qualcos’altro che ancora non conosco, eppure so che riuscirò in ogni caso a domarlo. Io invece vorrei domare non tanto il mio futuro, quello è scontato e facile, ma il vostro, allungare una mano e potervi trarre d’impaccio, vorrei forse semplicisticamente fare di più, aiutarvi, essere migliore.

Beh, forse è un proposito, uno in più, per il prossimo anno, qualcosa da migliorare, qualcosa da cui posso imparare. Dare di più, fare qualcosa che possa essere utile, qualcosa che alla fine dei giochi rimanga, non per me che alla polvere tornerò, ma a voi che mi fate compagnia in questa mia avventura che è la vita.

Ps: che ve lo dico a fare, se serve ci sono.

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Se tutto è possibile allora nulla ha senso

Chiaramente è tardi e dunque dormirò poco, e domani al lavoro avrò una giornata lunga, molto lunga, e mercoledì sarà pure peggio. E voglio scrivere una e-mail dato che ho una bozza mezza imbastita da una settimana, la devo ad una persona molto cara, ma non mi trovo con la testa a posto per scriverla in modo decente. E poi sono svogliato, dormo poco (eufemismo), faccio cose in modo discontinuo e pieno di interruzioni, sono ritornato a pensare agli Altaj (il che è male, as vezes), il mio destino sembra tornato a bussare (e io gli sto dando una mano ad entrare, dalla finestra ovvio) e mi sto infilando sempre più nella filosofia.

Ma tutto questo poco centra con il titolo del post, roba veloce questa da take-away.È dal 2009 che me la sono vista così, come filosofia intendo. L’antitesi del destino, la pura e fredda logica che estrae dal cilindro la semplice non esistenza. E senza colpo ferire. Punto. Il che era un buon vulnerario per il momento, ma con il tempo i suoi bordi aguzzi si sono levigati sotto il vento della vita. Vento che poi in fin dei conti è stata solo una brezza mattutina, una brezza però che ha soffiato dando i brividi, e per questo è valsa.

Ci sarebbe pure da dire che mi sono anche risolto nel determinare che forse possiamo avere sia destino che causalità nel nostro mondo, e questo ha messo in serio pericolo le fondamenta stesse di quel ragionamento logico. In fondo se in ogni cosa c’è sia caos che destino, non c’è mai modo di dare al 100% l’appartenenza di un qualsiasi avvenimento all’una o l’altra fazione. Per quanto possiamo percorrere a ritroso la scala degli eventi, non otterremo mai l’unità delle azioni, perché le parti saranno sempre più piccole da sommare. E quella piccola postilla, quel capello biondo sulla mia spalla sarà fonte del caso o del destino, ma sia come sia sarà ineliminabile, e dunque mi avrà tolto da destino e follia.

Certo, se esistesse una logica mi farebbe stare più tranquillo, ma perché? L’esistenza di un ordine, di regole che legano gli eventi in modo indissolubile non implica in alcun modo la conoscenza di come evolveranno gli avvenimenti. Ma il timore che non ci sia nulla non è dovuto allo stesso motivo? a questo punto, forse no. Forse il timore di fronte all’abisso del nulla è dovuto alla propriocezione e del senso che le diamo.È la sicurezza del definito, della routine, di qualcosa su cui possiamo contare. Ed è una palla non poter contare su nulla, alla lunga ti logora e ti fiacca, perché prima o poi avrai bisogno di sederti, ma non potrai farlo perché non ci sarà nessuno a sostenere il mondo al tuo posto, ed allora l’unica alternativa sarà morire in piedi, crollando all’ultimo. Penso sia andata così ad Atlante.

Se tutto è possibile allora nulla ha senso, ma dunque nemmeno questa stessa affermazione. Però questo è un gioco che conosco già e non è il momento di fare. Però la frase è sempre li, questo monolito, perché è elegante nella sua semplicità. Perché, anche se è più corretto pensare ad ogni cosa come conglomerato di caos e destino, in quel modo di vedere ci si deve mettere la testa e capire come vanno le cose. Ed a volte invece si vorrebbe solo riposare.

Come dice una vignetta (che non riporto per motivazioni astruse) di dearest pig:
“When it works it’s a spectacular feat of daring. And when it doesn’t, it’s kersplat. Kersplat”
Che probabilmente sarebbe più chiara se sapeste il significato di kersplat, ma confido nelle vostre doti tecnologiche.

Il tutto per dire che ho trovato un altro trafiletto per far esistere il mondo ancora un po’. Vi sento anche da qui eh, chiedete il senso di questa frase? Beh, è un po’ strana come domanda visto l’andamento del post, ma vedrò di mettere nel prossimo post i due trafiletti, così sarà se non altro leggibile cosa intenda. Sul fatto che sia comprensibile ho seri dubbi, ma non me ne cruccio troppo, se servirà spiegherò.

Ora filo a letto, domani sarà lunga. E per la e-mail, beh, anche domani sarà una nottata corta xD


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Hello hello baby

C’è qualcosa di pauroso e splendido nelle fotografie, ipnotico e straniante.
Attimi di vita, vita che possiamo riconoscere come nostra, fissati per sempre, fermi ed immobili, innaturalmente privati di una vita che nei nostri ricordi c’è, privi della dinamica che è l’essenza stessa della vita.
E noi li, ad osservare rapiti mondo dall’essere incipiente, carico di particolari che così innaturalmente possiamo trovare, come se avessimo barattato il tempo con la perfezione.
Di quelle fotografie ci innamoriamo, ne vediamo rapiti la bellezza perché un istante è stato fissato con doti super-umane, memoria oltre le nostre abilità di ricordare, dettaglio distante al di la della nostra vista. Una singola immagine è stata rapita dai suoi simili ed assunta ad immortale, tolta da un oblio di cloni, ma riposta in un incubo di formalina dove sarà condannata a vivere, o forse solo sopravvivere, in eterno.
Tali fotografie però rappresentano anche la morte, tale è l’assenza di tempo, ci dicono del passato e di un mondo che non c’è più, come tornare nei propri luoghi d’infanzia e riscoprirli distanti, diversi e privi dei colori che ricordavamo.
Come svegliarsi in un altro mondo, sicuri dai ricordi che fosse differente, ma trovare la memoria lontana e quel mondo presente e vicino. Ed è li che si insinua quella sottile incrinatura per cui tutto è possibile, e d’improvviso ci si trova davanti all’oscuro abisso senza fondo, dove nulla ha senso.


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Tutto e nulla

Tutto cambia per non cambiare nulla. L’estate sta finendo, e un anno se ne va … beh quasi dai :D L’estate è agli sgoccioli, il fresco delle mattine tradisce un autunno oramai alle porte, e se di giorno il sole ci scalda ancora la pelle, i sensi e ancor più dentro l’anima, la notte da ritrovata nemesi torna condurre il gioco tra brividi e vestiti più pesanti.

Settembre arriva sempre troppo presto, c’è chi dice sia l’effetto ferie. Anche se poi queste ferie io le ho passate a casa, pacifico e tranquillo. Niente sbattimenti, niente pianificazioni di viaggi, quest’anno non volevo proprio andarmene da qualche parte. Dopo i dodici mesi precedenti passati a correre dietro ogni impegno volevo rimettermi un po’ in sesto, tornare al tempo scandito solo da sé stesso, dove il giorno segue la notte che segue il giorno, e non orari pianificati rigidamente o scadenze da non mancare (per quanto abbia fatto tutto di mia volontà e con estremo piacere, ma quest’estate volevo staccarmi un attimo da tutto quello).

Anche se poi, volente o nolente, non sono rimasto con le classiche mani in mano. A ritmi più “umani” si direbbe, ma comunque ho continuato a fare un po’ di jogging per non perdere l’allenamento ed ho dato una mano ad Enry a programmare un software gestionale per la sua novella compagnia.

Ma ora è settembre, ed un altro anno è scappato via rapidissimo. Un anno intensissimo, che ha visto un bradipo come me diventare lepre e muoversi agile tra millemila impegni, e ora che l’anno è passato si riparte da capo con gli stessi impegni. Anzi, con più impegni di prima. Certo, perché in questo periodo inizio a pianificare l’anno e mi sto trovando a pompare ancora più attività nello stesso tempo dello scorso anno. Forse due o tre attività ancora, qualcosa che mi occupi gli ultimi spiragli dove sebbene nemmeno la carta velina si avventuri io cerco di collocare attività nuove.

E poi. e poi l’offerta di lavoro, fulmine a ciel sereno, che arriva a fine luglio e io prendo sotto gamba. E’ solo un colloquio come tanti, si prova e poi si deciderà. E così dopo il primo e rapido se ne succede un secondo di colloquio, più approfondito. E poi un terzo, ancora più indagatore e serio. Ed a ogni tornata mi dico che è solo per vedere, cerco di convincermi che non ho intenzione di cambiare davvero lavoro, non per ora, non adesso, perché ho piani diversi. E poi arrivi alla richiesta di quarto colloquio, alla sede europea dell’azienda, con i vertici, ed inizio a impensierirmi, a cercare di capire cosa voglia davvero.

Perché forse non l’ho detto spesso, ma in quasi tutto io sono fortunato, sempre molto fortunato, tremendamente e sfacciatamente fortunato (esclusi i rapporti personali :D xD )

E ora vedremo il da farsi, vedremo la proposta e poi decideremo, per non decidere adesso, per non recidere qualcosa che forse non c’è ma che ho costruito e per cui avevo piani differenti.

Aspetteremo e vedremo, chiedendo consigli ai pochi amici sentiti e valutando ogni aspetto.

Pensando sempre troppo ed a tutto.


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… tipo …

Ho tipo una decina di post mezzi masticati e smozzicati che attendono nella cartella draft. Non che ciò mi turbi (lo fa maggiormente l’economia di questo periodo). Invece quello che mi preoccupa maggiormente è che mi vengono in mente moltissimi argomenti ma non ne scrivo che pochi, e quei pochi non li porto nemmeno a buon fine. Oramai è da un po’ che non scrivo un post degno di questo nome, o meglio un post che io ritenga degno di questo nome (che non è proprio lo stesso, anyway).

Tutto questo per dire che sono ancora vivo e vegeto (quasi più la seconda che la prima), e che se non affogo stasera (vista la pioggia, e solo lei, stile tropico che si sta beatamente ricongiungendo al suolo) qualcosa dal cilindro lo tirerò fuori prima o poi, Anche se sarà più probabile sia un coniglio rispetto ad un post :D

Tante belle cose


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Mmm …

Ok, abbiamo escluso che sia l’alcol a farmi fare i casini in macchina. A questo punto devo iniziare a pensare che sia qualcos’altro … e intanto ricordo un detto yiddish che recita “se il destino di un uomo è annegare, lo farà anche in un bicchier d’acqua”. Per fortuna non credo troppo nel destino, preferisco fabbricarmelo.

Riassunto della nottata precedente …

Venerdì sera, cosa si può volere di più dalla settimana? Soprattutto da una settimana come la mia (la pubblicherò a breve nelle pagine in alto a destra del blog), il venerdì sera è di svago e di stacco dal mondo.

Mi ero organizzato già perfettamente:
– finisco il lavoro alle 18:00:00.0 e vado diretto verso il parcheggio a prendere la macchina,
– celermente mi dirigo al corso di russo per ricordarmi di come debba studiare ed impegnarmi di più,
– esco mezz’oretta prima e filo a casa a prepararmi per la serata, doccia veloce, sbarbamento e vestizione,
– via verso la cena jappo organizzata in settimana, era un po’ che volevo tornarci, è il richiamo del sushi :D
– finita la cena, dopo amabili chiacchiere via verso la disco, a tirare le 4, o magari anche le 5 alla croissanteria
– alla fine di tutto ritorno a casa e frano nel letto fino alle 10, per poi ritornare al solito tram tram.

Ok, questo sarebbe stato il piano. E come avrete capito non è andata proprio così xD. Già dal primo punto mi sarei dovuto accorgere come ci fosse qualcosa che non andava, esco dal lavoro verso le 18:10 per finire i compiti di russo (mai una volta che li faccia in tempo :D ), e trovo subito traffico, troppo traffico, per i miei gusti. Ma vabbhé, è venerdì sera, e la gente torna a casa. E nevica. Già, perché ha anche iniziato a nevicare. E la gente impazzisce con la neve. Piano piano arrivo alla sede dell’istituto di cultura russa, parcheggio, e con soli 5 minuti di ritardo arrivo al corso. E la neve scende. Ad attendermi, il solito bagno di sangue della correzione dei compiti, con annessa “interrogazione” su frasi a piacere. E stendiamo un velo pietoso di juta spessa, che è meglio xD Inizia quindi la spiegazione dei nuovi argomenti (il passato, che invero è abbastanza semplice … o così sembrerebbe), e la fortuna vuole che la spiegazione prenda esattamente il tempo che avevo a disposizione, fino alle 19:40. Strano. Saluti e baci e lascio il corso per fuggire verso casa, a darmi una sistemata per la serata. E intento nevica ancora. Per tornare a casa ci metto 25 minuti, e tra me e me penso, “buon tempo, con l’asciutto di solito ce ne metto 20”. Quindi procedo alla tosatur-sbarbamento, doccia & vestizione. Ore 20:30. Fortunatamente avevo anche avvertito che sarei arrivato alle 21, visto traffico e neve. Già, perché nevica ancora. E se non fosse che la neve mi piace mi sarei anche rotto :D ma è pur vero che poi le strade principali sono abbastanza pulite, quindi non è nemmeno un gran problema. Se non fosse che io le strade principali non le uso molto. E via di nuovo, questa volta verso il jappo, fermandomi prima anche a prelevare pecunia, visto che il jappo sarà buono ma è soprattutto caro. Così tra una cosa e l’altra mi siedo alle 21:05, miracolosamente in orario (5 minuti per uno che fa le mezz’ore di ritardo in modo costante sono un traguardo per cui festeggiare :D). Ordiniamo beveraggi, sushi, maki e tempura, e poi via alle danze di bastoncini che, in precario equilibrio tra le dita si lasciano maneggiare come dei ricci a pallamano. Tutto buono, nulla di eccezionale eh, il confronto con il Kyodai a Porto non reggerebbe in alcun modo, ma ci siamo gustati tutto, tra due chiacchiere, un bicchiere di vino e allegria. E giusto per non lasciare adito a dubbi, io non ho toccato un goccio, dopo capo d’anno ho dismesso la mia attività di etilista, o se volete ho già dato per tutto l’anno 2010 xD Finita cena e con le chiacchiere al lumicino fa capolino l’idea di andare al cinema, sono quasi le 11 e faremmo ancora in tempo. Paghiamo, usciamo e via verso il cinema, che però ci cassa, biglietteria chiusa, prossimo spettacolo a mezzanotte. Troppo tardi per poi la disco. Quindi che si fa? Si tira mezzanotte, a casa di una amica che non voleva fare tardi, guardando “Into the Wild”. A metà film noi discotecari ce ne andiamo, il film era bello (l’avevo già visto in inglese, stupendo), ma sapendo già la trama non mi perdevo nulla. E dunque via verso la disco, per fare quattro salti e lasciar fluire liberi i pensieri. Anche se poi so si areneranno come navi pirata, su quei 2/3 banchi di sabbia cui ritorno spesso, però tengo molto a quelle due tre secche, sono nascosti dei tesori di inestimabile valore, ed anche se non lo ribadisco loro spesso, sono speciali. E balla balla balla fino al mattino, e balla balla balla che è un gran casino … ah no, non è il karaoke :D Ok, balla e balla tiro le tre e mezza, e decido che sarà il caso di tornare. Anche perché se la neve non si è fermata avrò bisogno di una muta di malamut siberiano per tornare a casa. Ed invece, sorprendentemente, la neve si è fermata, ora cadono solo radi fiocchi, solitarie retrovie di un battaglione che ha già combattuto la sua guerra.

Dunque pago, esco e mi avvio verso casa. Sobrio e con tutta tranquillità. E per le mie solite stradine. Già, perché anche se le strade principali sono belle pulite decido di tornarmene, per abitudine, attraverso le stradine che passano per i mille posti nascosti dei paesini che attraverso. Ma queste strade non sono pulite, il traffico è stato poco e la neve non si è sciolta, solo compattata. E io ci passo sopra, placido e calmo, verso il letto che, anche se vuoto e freddo, mi attende per darmi sogni e riposo, due cibi per me essenziali. Ma. Già, perché qualcosa dovrà pur succedere, altrimenti fino ad ora che vi sareste letti a fare tutta sta storia se non ci fosse un ma? Ed una avversativa effettivamente c’è.

Ad un certo punto, mentre procedo su una strada e le sue curve, la macchina sbanda … e io che riesco a tenerla anche in queste occasioni non me ne preoccupo. Fino a che vedo che controsbanda. E ciò e male, perché la controsbandata è più ampia della prima. La macchina fa tre sbandate, un lento sinistra destra sinistra, in una lentezza assolutamente inverosimile. Di solito infatti un incidente è un lampo, un istante che quasi non ci si ricorda, tutto accade in un momento.

Qui invece la macchina sbanda da un lato all’altro con una lentezza che mi fa prendere coscienza di cosa sta per accadere, un lento swing che però mi lascia scorgere quali sono i passi che seguiranno. Ed i passi, legati da un sottile filo dorato, si tirano l’un l’altro, e la macchina oscilla prima un poco, e via via sempre di più. A destra, ad una trentina di centimetri più in basso, un campo innevato, a sinistra uno splendido fosso fondo un metro. Ed io a cercare di evitare entrambe le soluzioni. Ma la macchina ha già deciso per me, scarta a destra, si inclina e gira su se stessa. Rotola nel fosso. Un tonfo sordo.

Silenzio.

Sono cosciente. Mi guardo a sinistra fuori dal finestrino, vedo la terra bruna e capisco di essere inclinato di lato. Mi tolgo la cintura di sicurezza, sto bene, un po’ di spavento e l’adrenalina che ha gettato il cuore a mille, ma per fortuna ho preso solo un paio di botte. Esco dalla portiera di destra, mi arrampico su per la sponda del fosso, guardo la macchina riversa su di un lato. Ed un mezzo sorriso mi si stampa in faccia. Sono il solito fortunato.

Io non mi sono fatto nulla, le due bottarelle che ho preso sono state leggerissime (ne ho prese di peggiori a kickboxing tanto per dire), e la macchina, estratta stamattina dal fosso, non è messa troppo male. Paraurti anteriore, radiatore, e specchietto di destra sono andati (ad un esame esterno), vedremo cosa dirà il meccanico lunedì, e per quanto tempo rimarrò senza macchina. Fortunatamente mi sono schiantato molto piano, considerate che non è partito nemmeno nessun airbag (dei 9 che ha la macchina), sono decisamente una persona fortunata, visto come poteva finire.