Far From Earth

Chronicles From Zeta Reticuli


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Se tutto è possibile allora nulla ha senso

Chiaramente è tardi e dunque dormirò poco, e domani al lavoro avrò una giornata lunga, molto lunga, e mercoledì sarà pure peggio. E voglio scrivere una e-mail dato che ho una bozza mezza imbastita da una settimana, la devo ad una persona molto cara, ma non mi trovo con la testa a posto per scriverla in modo decente. E poi sono svogliato, dormo poco (eufemismo), faccio cose in modo discontinuo e pieno di interruzioni, sono ritornato a pensare agli Altaj (il che è male, as vezes), il mio destino sembra tornato a bussare (e io gli sto dando una mano ad entrare, dalla finestra ovvio) e mi sto infilando sempre più nella filosofia.

Ma tutto questo poco centra con il titolo del post, roba veloce questa da take-away.È dal 2009 che me la sono vista così, come filosofia intendo. L’antitesi del destino, la pura e fredda logica che estrae dal cilindro la semplice non esistenza. E senza colpo ferire. Punto. Il che era un buon vulnerario per il momento, ma con il tempo i suoi bordi aguzzi si sono levigati sotto il vento della vita. Vento che poi in fin dei conti è stata solo una brezza mattutina, una brezza però che ha soffiato dando i brividi, e per questo è valsa.

Ci sarebbe pure da dire che mi sono anche risolto nel determinare che forse possiamo avere sia destino che causalità nel nostro mondo, e questo ha messo in serio pericolo le fondamenta stesse di quel ragionamento logico. In fondo se in ogni cosa c’è sia caos che destino, non c’è mai modo di dare al 100% l’appartenenza di un qualsiasi avvenimento all’una o l’altra fazione. Per quanto possiamo percorrere a ritroso la scala degli eventi, non otterremo mai l’unità delle azioni, perché le parti saranno sempre più piccole da sommare. E quella piccola postilla, quel capello biondo sulla mia spalla sarà fonte del caso o del destino, ma sia come sia sarà ineliminabile, e dunque mi avrà tolto da destino e follia.

Certo, se esistesse una logica mi farebbe stare più tranquillo, ma perché? L’esistenza di un ordine, di regole che legano gli eventi in modo indissolubile non implica in alcun modo la conoscenza di come evolveranno gli avvenimenti. Ma il timore che non ci sia nulla non è dovuto allo stesso motivo? a questo punto, forse no. Forse il timore di fronte all’abisso del nulla è dovuto alla propriocezione e del senso che le diamo.È la sicurezza del definito, della routine, di qualcosa su cui possiamo contare. Ed è una palla non poter contare su nulla, alla lunga ti logora e ti fiacca, perché prima o poi avrai bisogno di sederti, ma non potrai farlo perché non ci sarà nessuno a sostenere il mondo al tuo posto, ed allora l’unica alternativa sarà morire in piedi, crollando all’ultimo. Penso sia andata così ad Atlante.

Se tutto è possibile allora nulla ha senso, ma dunque nemmeno questa stessa affermazione. Però questo è un gioco che conosco già e non è il momento di fare. Però la frase è sempre li, questo monolito, perché è elegante nella sua semplicità. Perché, anche se è più corretto pensare ad ogni cosa come conglomerato di caos e destino, in quel modo di vedere ci si deve mettere la testa e capire come vanno le cose. Ed a volte invece si vorrebbe solo riposare.

Come dice una vignetta (che non riporto per motivazioni astruse) di dearest pig:
“When it works it’s a spectacular feat of daring. And when it doesn’t, it’s kersplat. Kersplat”
Che probabilmente sarebbe più chiara se sapeste il significato di kersplat, ma confido nelle vostre doti tecnologiche.

Il tutto per dire che ho trovato un altro trafiletto per far esistere il mondo ancora un po’. Vi sento anche da qui eh, chiedete il senso di questa frase? Beh, è un po’ strana come domanda visto l’andamento del post, ma vedrò di mettere nel prossimo post i due trafiletti, così sarà se non altro leggibile cosa intenda. Sul fatto che sia comprensibile ho seri dubbi, ma non me ne cruccio troppo, se servirà spiegherò.

Ora filo a letto, domani sarà lunga. E per la e-mail, beh, anche domani sarà una nottata corta xD

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Fire with fire

Non so esattamente cosa sia successo. Sarà perché ho dormito poco, e non troppo bene (sarà che dormire 5 ore a notte mi farà venire un attacco schizzoide? xD). Sarà il cambio di stagione e di temperature. O forse saranno i mille altri pensieri che ho per la testa (ok, un po’ quelli sono).

Però oggi in ufficio andavo a fuoco (quasi letteralmente), sempre in jeans e camicia a maniche corte, ma bruciavo. Niente febbre, niente malanni o virus vari (sono ancora resistente, eh), avevo solo un caldo assurdo. Di solito mi capita con i cambi di stagione, il mio metabolismo si regola sulle temperatura (o più correttamente il ritmo circadiano si tara sulla durata della fase diurna di illuminazione) e passo dal sopportare “quasi” decentemente il caldo estivo a generare calore manco fossi una stufa termoelettrica.

Poi vabbhè, ci sono anche altre cavolate che mi scorrazzano liberamente in testa bacando il poco spazio ancora sano che trovano, ma quelle sono altre questioni, anche se hanno alzato il livello dei miei pensieri.

Se non viene al più presto un po’ di fresco (e mi accontento -_-“) mi sa che prendo fuoco veramente.


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52’32″@10k

Perché perché perché? Prima di un ben tornato, prima di un “alleluja”, e prima ancora di un “ahhhhhhh” con annesso svenimento, credo ci vada il perché. Di fatto poi mi sembra sia pessimo iniziare a scrivere con una domanda, almeno fossi uno scrittore potrei dunque permetterlo, ma così è. Perché così tanto tempo (quasi un anno) senza scrivere? Perché tornare ora? Perché chiedersi il perché?

Beh, alla prima domanda dico che il tempo passa, indipendentemente da noi, è una dimensione liquida che non sappiamo (né forse sarebbe giusto) trattenere. Nell’ultimo annetto di assenza da questo palco ho vivacchiato, meccanicamente ripetuto rituali, più che altro forse ho aspettato. Anche se aspettare in fondo è una delle cose che mi riescono innate, il modus di rifugio dai problemi, l’infantile illusione che il mondo si fermi ad aspettare (o la folle lucidità che tutto cambi, e ciò che non va si assopisca nella memoria e nella realtà). Ho aspettato che questo anno passasse, che questo anno trovasse altre strade, che ci fosse qualcosa di diverso per riabilitare un tempo non troppo felice (karma way?). A fine 2011 avevo brindato con un

2011
For an year full of news,
but not lucky,
a lot of unexpected compliments,
and pain,
for an year full of life,
and two of spades.

non so ancora come brinderò a questo anno, ma per ora non sarebbe un bilancio positivo, non del tutto almeno. Le cose che mi hanno trascinato a fondo maggiormente sono state sicuramente i due ictus di mio padre, ed i neri due mesetti a seguire, dal primo gennaio fino a fine febbraio durante i quali per svariati motivi mi sono sentito trascinato verso il fondo limaccioso di questo mio corso di vita. E poi ci sono stati ciclici e molteplici casini al lavoro, qualche acciacco fisico tornato dall’oltretomba, ed i soliti vani tentativi di superare i miei limiti, di essere migliore.

E per quante cose siano successe poi ci si abitua, purtroppo, ci si abitua a tutto a quanto pare. In passato mi ripromisi di non lasciarmi assuefare dalla _vita_, di non darle vinta l’idea che il tempo potesse sbiadire i ricordi e con loro i sentimenti e le azioni. Volevo farlo perché trovavo sbagliato permettere a singoli accadimenti, diciamo casuali, di toglierci il gusto, di indurci ad un callo, come una corazza invisibile, che mi avrebbe si protetto contro i futuri problemi, ma più di tutto avrebbe snaturato quello che ero, spingendomi lentamente e nel buio verso una “insensibilità” a questo o a quello. Sarebbe un po’ come assumere un veleno a piccolissime dosi, alla fine il nostro organismo imparerebbe a tollerare e sopravvivere al veleno puro, ma gli effetti collaterali dell’assuefazione ne varrebbero la pena? Ai tempi ero convinto di no, però non è andata così, né allora né quest’anno.

Il tempo ha fatto il suo corso, alle settimane sono seguite le stagioni, ai casini sul lavoro mi sono abituato (ma li è stato un bene per me, oramai ci rido sopra, se tutto è importante allora nulla è importante), la mia spalla è ancora conciata ma migliora (ma l’autunno è alle porte), e mio padre si sta lentamente ristabilendo fisicamente, molto lentamente, ma il segno più indelebile è rimasto (e non penso se ne andrà più) nella sua mente. Tutto passa, ed a volte è questo il problema, ma non c’è scampo. La memoria non è un dato fisso, non è una fotografia oppure un diario che con doti superumane fissano i profumi di tempi andati. La memoria è qualcosa che si ricrea ogni giorno, che cambia e si adatta alle esperienze che facciamo, che si conforma al nostro io presente. E spesso questo vuol dire perdere la lucidità di alcuni istanti speciali, nel bene e nel male. Ma se è facile e al momento desiderabile dimenticare il “male” (mi ricordo bene le sensazioni dopo aver parlato con i dottori di mio padre, e quei meta-ricordi rimarranno, ma sono ora vuoti involucri di un passato), anche il bene subisce le stesse sorti, perdendo la sua consistenza, lasciando forme nella memoria senza sostanza. Fantasmi di un passato che possiamo rivivere ogni giorno, ma ogni giorno è più distante.

Alla seconda domanda è più facile rispondere. Al di la delle reticenze sull’interesse che possano ancora suscitare i miei post, sul tempo che non sempre so gestire o sull’indicibile lentezza nell’esprimermi, sono tornato un po’ per me, perché lo scrivere penso mi aiuti a razionalizzare alcune cose che sono successe, un po’ perché qualcuno ogni tanto ancora legge questo angolo “far from earth”, e forse forse un po’ perché al di la di tutte le parole che si possano dire, “we are what we do, not what we say” (@11:58).

E la risposta alla terza domanda, beh, quella è filosofia ;)

Ps: comunque non è che l’anno sia stato solo incespichi e cadute eh, ci sono state anche note positive, come l’aver ripreso a correre con passione, essere riuscito a leggere dei libri meritevoli, aver scoperto doti straordinarie in persone speciali.

Ps2: Maledizione!!! ho dormito nemmeno 4 ore, mi sono svegliato rimbambito (più del solito :P), non avevo soldi da mettere sulla chiavetta per il caffé (caaaffééééé!!!), ho passato la giornata a sbadigliare ed inseguire idiozie e spingitori di idiozie al lavoro (e qui è tutto normale xD), sono andato a correre (ed è pure tornato il caldo -_-“) e poi riunione in CRI fino a troppo tardi, quindi cena e ora ,tardissimo, a letto. Ma è ne è valsa tutta la pena :)


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Hello hello baby

C’è qualcosa di pauroso e splendido nelle fotografie, ipnotico e straniante.
Attimi di vita, vita che possiamo riconoscere come nostra, fissati per sempre, fermi ed immobili, innaturalmente privati di una vita che nei nostri ricordi c’è, privi della dinamica che è l’essenza stessa della vita.
E noi li, ad osservare rapiti mondo dall’essere incipiente, carico di particolari che così innaturalmente possiamo trovare, come se avessimo barattato il tempo con la perfezione.
Di quelle fotografie ci innamoriamo, ne vediamo rapiti la bellezza perché un istante è stato fissato con doti super-umane, memoria oltre le nostre abilità di ricordare, dettaglio distante al di la della nostra vista. Una singola immagine è stata rapita dai suoi simili ed assunta ad immortale, tolta da un oblio di cloni, ma riposta in un incubo di formalina dove sarà condannata a vivere, o forse solo sopravvivere, in eterno.
Tali fotografie però rappresentano anche la morte, tale è l’assenza di tempo, ci dicono del passato e di un mondo che non c’è più, come tornare nei propri luoghi d’infanzia e riscoprirli distanti, diversi e privi dei colori che ricordavamo.
Come svegliarsi in un altro mondo, sicuri dai ricordi che fosse differente, ma trovare la memoria lontana e quel mondo presente e vicino. Ed è li che si insinua quella sottile incrinatura per cui tutto è possibile, e d’improvviso ci si trova davanti all’oscuro abisso senza fondo, dove nulla ha senso.


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Lucky

Sono un ragazzo fortunato perché mi hanno regalato un sogno … così cantava Jovanotti nel lontano (looontanissimo e troooppo grunge) 1992. E anche se di sogni regalati non ne smerciano più, prodotto comunque raro dalla notte dei tempi, alla fin fine sono davvero un ragazzo fortunato. Beh, magari sul ragazzo potrei anche soprassedere, a tent’anni suonati non si é più ragazzi (specialmente a giudicare dalla stempiatura e dai capelli&barba canutescenti, ma anche un chissenefrega ci sta bene qui ;) ), ma sul fatto che sia fortunato non ci piove.

Voglio dire, ci sono moltissime questioni scontate che però tali non sono, ed invece avvenimenti marcatori di per sé. È scontato l’essere nati “dove siamo nati”, o cresciuti in una famiglia senza troppi problemi, verosimilmente con dei limiti e delle restrizioni, ma in fondo “normale” in quella anormalità che alla fine ognuno riconosce nella propria storia di vita, ancorché dovuta in fondo all’unicità della storia che ognuno racconta.
Eppure in tanta normalità, di paese, di famiglia e di stato, c’è anche il barlume di una fortuna sfacciata, l’essere con tutte queste condizioni normali, a prescindere da tutto. Perché se è vero che è la probabilità che decide dove nasceremo (intendo come autocoscienza dell’esistente, e non come corredo genetico), e dunque la media dovrebbe dirigerci verso Cina ed India, è anche vero che ogni evento è unico ed imprescindibile, dunque anche se la statistica ci parla di probabilità e medie, alla fin fine noi ponderiamo sui risultati ottenuti e quindi su certezze ex post, che hanno poco a che spartire con la statistica.

Questo per dire che per quanto le nostre piccole situazioni ci possano pesare, le problematiche di ogni giorno avvilire e il clima in cui viviamo buttare giù, c’è sempre (e, almeno per quanto mi riguarda, c’è) chi sta peggio. E non la butto sul benaltrismo, non voglio dire che mi posso “accontentare” perché c’è chi è messo peggio, io uso la mia morale come metro delle mie azioni e queste non sono basate sulla sufficienza per la pace della mente, ma puntano all’ottimo per la logica della ragione. Ma su tutto questo non posso che riconoscere la tremenda fortuna nel poter fare tutto questo, delle libertà di cui godo, della salute e della disponibilità di tempo e soldi. Ci sono limiti, marcati ed evidenti, ma sono limiti che posso spostare volendolo, se mi serve, impegnandomi e cambiando le cose. E non a tutti è concesso.

E queste sono le “fortune” scontate, a cui sinceramente non penso spessissimo, perché normalità in una vita assodata, ma ogni tanto ripassano davanti agli occhi (non necessariamente causate dal momentaneo corto-circuito con realtà differenti dalla mia, in un senso o nell’altro) e ripenso alla fortuna sfacciata che ho, così come ad i problemi ed i vincoli che ci creiamo da soli, perché come esseri finiti per sopravvivere ci poggiamo ai vincoli, e se non ne abbiamo a sufficienza che ne auto-costruiamo.

Ma poi ci sono anche le fortune puntuali, gli avvenimenti marcatori di per sé, tutto quanto si comprime in un attimo di puro caso che non ricapiterebbe nell’arco di una vita. Ed anche in questo caso non mi mancano esempi, che con il tempo si rimpinguano si novelli esemplari. Come quando caddi dalla scala dello scivolo e mi rimasero i piedi impigliati all’ultimo gradino in cima, sbattei giusto il naso sul primo gradino evitando la terra, o quando giocando con un dinamometro (semplificando una asta metallica con una molla attaccata) mi colpii ad un centimetro dall’occhio, due volte di fila (e poi smisi saggiamente di giocare), quando mi tagliai il polso con un porta frutta in ceramica sbrecciato, a mezzo centimetro da una vena, o quando mi finirono le dita della mano destra attraverso un para-ingranaggi di una macchina, e mi schiacciai solo un osso e recisa una venina, quando smontando un computer mi tagliai a metà una unghia, per orizzontale, quando mi finì un dito tra le pale di un ventilatore, e si ruppero le pale (e mi tagliai un pochino il dito), quando mi ustionai un occhio con della scoria di saldatura, quando mi bruciai (parzialmente :P ) ciglia e sopracciglia nell’accendere la stufa. E mi fermo per decenza, ma ci sono moltissimi altri raccontini del genere (e non chiediamoci il “come” od il “perché” io finisca in situazioni del genere, just follow the flow ;) ).

Insomma, avrò anche i miei cavoli da smazzare, rotture di scatole e fisime varie, ma non posso pensare sopra tutto quanto che in fondo in fondo … sono un ragazzo fortunato :)


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Portogallo e ritorno

Ritornare in Portogallo è sempre una esperienza speciale, che mi fa ricordare del tempo che ho vissuto la. E’ vero, anche l’estate appena trascorsa ci ero tornato, ma sono rimasto poco tempo fisso in un solo posto (in Algarve sì, una settimana, ma è volata in un attimo, senza che me ne sia reso conto). E poi non avevo avuto modo di parlare troppo portoghese, essendo una compagnia di italiani. A Porto, girando per le sue piccole vie, con il profumo degli eucalipti e della sua terra rossa mi ero sentito di nuovo a casa.

E la settimana scorsa è stato ancora di più così. Martedì, una volta atterrato e rilevata la macchina, sono tornato a Pènafiel, e rifacendo quella che era la strada di sempre, con il dubbio se mi ricordassi o meno delle uscite, degli svincoli e dei paesaggi, mi sono ritrovato tra i ricordi delle svariate giornate che si sono susseguite in quell’anno e mezzo vissuto li a lavorare.

Passando per Alfena mi sono ricordato della multa di 250€ per 3 infrazioni contemporanee in macchina (una mattina quando ero molto in ritardo), o della salita vicino a Lordelo quando a fine febbraio mi ritrovai invaso dal profumo degli alberi di mimosa in fiore, prima di vederli a lato strada in tutto il loro verde ed oro. O ancora quando la nebbia si impadroniva delle valli, e passando con la macchina tra i passi potevi vedere piccole lingue di bianche nuvole veleggiare sulla corsia, mentre placidamente si spostavano. E le piogge che battevano sulla macchina, con il loro rilassante rumore, mentre ancora nel sonno lasciavo i comandi all’abitudine che guidava in modo meccanico la macchina, e io me ne stavo sospeso nella mente tra i pensieri e le persone.

Ed ogni volta che ritorno a Porto, che ripercorro le stesse strade e che sento gli stessi profumi, un po’ di saudade (quella vera) per il Portogallo fa capolino. Uno scorcio speciale dei ricordi di quei molti momenti di cui magari non ho mai scritto, ma che sono impressi nella mia memoria, e che mi fanno sentire il Portogallo come una seconda casa.

Ed ora manca poco alla fine di questo mese, ancora un piccolo sforzo ed anche Marzo è passato, ad un anno dal ritorno in Italia. Un anno pieno di splendidi avvenimenti e zeppo di profondi errori, ma soprattutto un altro anno degno di essere ricordato.