Far From Earth

Chronicles From Zeta Reticuli


La Crisi

La crisi oramai è entrata nei dialoghi da bar, tutti ne parlano e da un bel po’, ed ancora di più si rincorrono le idee sulla sua evoluzione e quando finirà. Tra le svariate ipotesi/certezze di politici e tecnici, sono molte più gli errori che altro, anche se a detta loro sono “correzioni” e non clamorosi sbagli (come la crescita del PIL nel 2012 per l’italia, non si sono sbagliati ma hanno solo corretto un pochino le stime … ). Sia come sia, le parole stanno a zero, la crisi c’è ancora e non sembra voler andare via tanto presto.

Girovagando qualche tempo fa nella rete ho trovato questa immagine, che se pur presa dalla realtà americana ci mostra, meglio di molti giri di parole, come stia andando la crisi e la sua famigerata ripresa.

Sull’asse X ci sono i mesi dall’inizio della recessione, e quella attuale si suppone sia iniziata per convenzione nel dicembre 2007, quindi nell’immagine il valore finale dell’asse delle ascisse (il 59º mese dall’inizio standard della crisi) corrisponde più o meno alla data di Novembre 2012. Ora, a parte chi una fede cel’ha e ben radicata, non ci si può aspettare una crescita ripida da quella data in avanti, volendo essere realisti (e guardando le altre curve nel grafico), una possibile proiezione futura è la seguente:

Da cui possiamo supporre che la fine “convenzionale” della crisi avverrà a Settembre 2014, l’errore approssimativo è più o meno di 3 mesi (facciamo anche 4, dato che la linea l’ho giusto tracciata a meno, ma è per dare una idea). Questo alla faccia di chiunque vi venga a dire che la crisi finirà presto, che non si faranno altre manovre aggiuntive o abbasseranno le tasse.


Leave a comment

Così è la vita

Oggi stavo riordinando la stanza, mettevo in ordine un po’ di libri e varie carte diligentemente impilate nel tempo su scrivania, un armadietto ed una sedia. Dato che avevo iniziato a sistemare la libreria (perché mi serve spazio per i nuovi libri che vorrei prendere -_-“), decisi di estendere il rimettere in ordine al resto delle cose varie appollaiate qua e la, almeno avrei potuto anche fare una selezione di cosa fosse ancora interessante e cosa no.

Normalmente suppongo questa attività non prenda molto tempo a voi, ma nel mio caso ho ereditato da mio padre la capacità di non buttare nulla, o quasi. A sua differenza però, quasi periodicamente, rivedo le cose che ho raccolto e cerco di capire cosa sia ancora utile o mi ricordi qualcosa del passato e cosa si possa buttare. Sia come sia, accumulo molti oggetti e lo spazio che ho a disposizione tende a saturarsi abbastanza in fretta, quindi secondo un modo quasi zen riesco ad impilare tra equilibri precari un buon numero di cose prima di cedere alla riorganizzazione.

Dunque stamane mi sono rimboccato le maniche ed ho iniziato il lavoro, togliendo ogni cosa, pulendo tutto e riorganizzando i miei possedimenti. Ad un certo punto mi sono accorto di come mi servisse un mobiletto per poter organizzare meglio alcuni documenti. Dato però che lo spazio a disposizione era limitato e non ho in cosa un mobile che facesse al caso mio, ho deciso di costruirmi da me il mobiletto. Nulla di eccezionale, un tavolino con ripiano sottostante, però con le dimensioni e l’altezza che servivano a me. Sono andato nella legnaia ed ho iniziato a prendere i travetti per la struttura e le gambe. Un po’ di taglio con bindella e sega circolare e poi una pulita dei componenti con una piallatrice ed ho potuto iniziare ad assemblare il mio mobiletto.

Nel frattempo la neve aveva iniziato a scendere, e credo il freddo ad intensificarsi, ma tanto oltre a non patire più di tanto il freddo ero impegnato in una furia creativa che mi assorbiva completamente. Così ho continuato a segare ed inchiodare legno fino ad avere la struttura pronta. A questo punto ho cercato altri assi per fare i ripiani e le pareti del mobiletto, di modo che potessi portarlo a compimento e finalmente poter rimettermi a riorganizzare le varie cosette sparse ora per la stanza. Trovo le assi giuste, misuro le lunghezze che mi servono e decido come procedere. Mi metto a segarle, e quando ho quasi tutto inizio a chiudere il mobiletto. Prima le pareti laterali, poi il retro e quindi il ripiano, lasciando per ultimo il tavolo superiore.

Mentre inchiodo il ripiano però mi accorgo di aver non aver abbastanza assi tagliate, dunque decido di passare al tavolo e poi di finire il ripiano, in fondo mancava solo un pezzo. Prendo le tre assi del tavolo e con certosina pazienza le porto a misura, millimetro dopo millimetro, di modo che si incastrino perfettamente nel mobiletto. Ma non le inchiodo, prima devo finire il ripiano e mi serve l’accesso dall’alto. Così misuro il pezzo mancante del ripiano e decido di usare due pezzi invece che uno, per praticità mia. Così prendo i due pezzi e li porto a misura, lavorando di piallatrice. Dopo aver preso le misure faccio la prima passata ma mi accorgo che ho ancora molto da togliere quindi decido di tagliare il grosso con la bindella.

Accendo la bindella e vedo che la lama non si muove, il motore cerca di girare ma nulla. Sapendo che la bindella tende a fare attrito in una posizione la spendo e faccio girare la ruota della puleggia a mano per sbloccarla. Peccato che tengo la mano non all’esterno della puleggia ma all’interno, vicino alle cinghie, troppo vicino posso dire ora con certezza :D La ruota gira e con lei le mie dita che in un attimo finiscono tra puleggia e le cinghie. In quel momento, a parte la piccola smorfia di dolore, mi sono detto, “Ma eccheccazz!!! avevo quasi finito!!!”. Faccio scorrere la puleggia nella direzione opposta, libero le dita e controllo che ci siano tutte. Ci sono. Le muovo, movimenti coordinati alle articolazioni, quindi niente fratture scomposte.

Attenzione , i link qui sotto non sono un bello spettacolo ;)
Mão Dedos

E poi mi faccio una grassa risata. Si, perché mentre riordinavo la stanza mi era finito tra le mani il sacchetto del pronto soccorso con garze sterili, cerotti, disinfettanti e quant’altro, e vedendolo mi ero chiesto se sarei riuscito ad usarlo prima che scadessero le varie cose :D E se non bastasse, mentre stavo andando a tagliare i due pezzi finali, il mignolo della mano destra aveva sfiorato la lama della sega circolare, ed io ho distintamente pensato “no dai, sono attaccato ai mignoli, lasciamoli attaccati loro” xD

Così, visto che non mi sono fatto molto, vado in magazzino, strappo due lembi di stoffa e fascio le dita e torno alla bindella. Taglio i due pezzi di legno e vado a finire il mobiletto. Ma quando li provo vedo che manca ancora un pochino alla misura giusta, e mi accorgo anche di come il lembo di stoffa si sia già bagnato completamente di sangue rosso rubino. Tolgo il lembo, ne strappo un altro e lo fascio un po’ meglio. Quindi prendo la lima e finisco i due pezzi a mano, e con la piallatrice. Monto il tutto ed finisco anche il tavolo. Ecco, ora il mobiletto è completo. Rimetto tutti gli attrezzi in ordine, scollego le macchine e pulisco sommariamente prima di portare il nuovo mobiletto in stanza. Li, una volta tornato sfrutto subito il nuovo spazio e impilo nuovamente, questa volta dividendoli, i vari libri, fogli e giornali che avevo smistato prima. Una volta finito tutto mi occupo delle dita :D

Vado in bagno e, dopo aver tolto il bendaggio di fortuna, metto le dita sotto un flusso di acqua calda, e nel frattempo le lavo con un po’ di sapone. La falegnameria non è un lavoro che lasci le mani particolarmente pulite ;) Dopo qualche minuto sotto l’acqua calda, con le mani finalmente pulite uso l’acqua fredda per indurre vaso costrizione, anche se oramai sanguinano molto poco, e quindi le asciugo, senza toccare troppo le zone schiacciate. Quindi torno in stanza e posso aprire il pacchetto del pronto soccorso, tolgo bende sterili ed un po’ di cerotto. Guardando la mano vedo che alla fin fine mi sono solo schiacciato le dita, probabilmente l’unghia dell’anulare si è staccata ma lascerò che si separi da sola più avanti dato che per ora è “solo” sollevata circa 4/5 mm. Metto un buon giro di garze, un pochino di disinfettane e chiudo tutto con un cerotto a nastro. Le dita sono gonfie e l’anulare perde ancora un pochino di sangue, ma visto la mia normale capacità innata di attentare alla salute mia e dei miei arti, mi è andata bene ;)

Insomma, questo anno è iniziato pericolosamente ed all’insegna dell’ironia :D


Leave a comment

Del Capo d’Anno ed altre Amenità

Buon anno a tutti/e! Dopo il primo giorno di lavoro “ufficiale” eccomi a scrivere un posticino sulle mie follie vacanziere, complici la giornata al ribasso tra nebbia, stanchezza e assonnatezza da 5 ore di sonno.

E dunque, dato che un altro post attende, per capo d’anno mi sono assentato dal mio mondo, ho staccato la spina e sono partito. Ho notato, tra l’altro, che negli ultimi giorni di ferie (penso complice il maggior dormire, ed il maggiore cibo :D) ho goduto molto di più dei giorni rilassati rispetto agli altri dell’anno appena passato. Quando ero in procinto di finire le ferie, il giorno prima del rientro al lavoro, mi è sembrato di svegliarmi da una vacanza di settimane, e di non ricordarmi nemmeno cosa avessi da fare al lavoro. Scontato dire che è una sensazione molto appagante, si scopre di aver vissuto davvero nell’essenza le vacanze appena trascorse. Ed anche per questo capo d’anno è stato così. Certo, probabilmente sarebbe stato anche meglio se avessi viaggiato in modo più comodo, ma non ne sono così sicuro, e poi non avrei avuto molto di folle da raccontare in quel caso (rispetto al raccontabile).

Ma andiamo per ordine. Questo capo d’anno è iniziato in modo atipico, con la proposta di Jo di passare il capo d’anno da lei a Latina. Avevo già dato una parziale conferma ad un altro amico, ma dato che ero in debito di una proposta simile (per una estate di molti anni fa) con Jo, ho deciso di mollare gli ormeggi e fare un salto da lei. Unico problema erano i ~700km che ci separano. Certo aerei e treni sono una gran mano in questi casi, se non fosse che prenotarli con 2 settimane di anticipo a cavallo dell’anno è vagamente costoso. Non che questo sia in sé un vincolo insuperabile, se ci si tiene si fa questo ed altro per alcune persone, ma volendo unire l’utile al folle mi sono dato da fare per trovare una alternativa. E dunque mi sono detto, perché non andarci in macchina? il tratto più lungo fatto fino a quel momento erano “solo” ~600km (per il colloquio di lavoro a Rolle), dunque era un modo per vedere dove si fermassero i miei limiti. Certo, quando sono andato a Rolle erano stati andata e ritorno in giornata, per un colloquio di un’oretta, pranzo a base di un panino e poi via verso gli altri impegni della giornata.

Quindi la mia scelta ricadde in modo ovvio sull’andare in macchina. Anche perché, a me non è che dispiaccia andare in macchina, e poi il viaggio nella sua accezione fondante vive della meta e del percorso che facciamo per raggiungerla. Ed allo stesso modo, un ricordo risalta e si intensifica quando lo appaiamo al viaggio che ci ha portato a lui, da sempre infatti sappiamo che il “contorno” è parte integrante del paesaggio che vediamo e del soggetto che li vive. Però così sarebbe stato facile, troppo facile. E dunque scelsi di andarci si in macchina, ma senza usare le autostrade. Anche perché la differenza tra autostrada e normali vie è semplicemente quella temporale, e dato che per me il tempo non è un vincolo ho potuto prendere questa via.

Il viaggio come dicevo è una entità fondante della nostra cultura, ma nei tempi via via più recenti tale dimensione si è arenata sul mero spostamento di cose da un punto all’altro. Il viaggio è stato svuotato della sua dimensione umana e sensibile, trasformando per contrappasso l’uomo in merce. Sono passati gli anni in cui viaggiare significava conoscere persone nuove, in cui il viaggio era sovente parte del racconto e non solo i luoghi alla sua fine. Oggi invece cerchiamo di raggiungere il fine ma spesso ci dimentichiamo del mezzo, oppure lo affiliamo a tal punto da renderlo un’anima trasparente e priva di qualsiasi colore. Ma in questa tensione verso il fine, una volta raggiunto lui non ci soddisfa più come prima, forse proprio perché abbiamo perso il rito del mezzo che ci preparava ed allietava durante l’attesa. Ma da qui, dal fine, invece di ridare la dimensione al mezzo cerchiamo di intensificare ancora di più il fine, estremizzandolo, ed anoressizzando ancora più il mezzo. E questo si può applicare ai viaggi, alle competenze ed ai sentimenti.

Cerchiamo di accrescere l’intensità dei fini perché abbiamo svuotato i mezzi della loro fragranza. Cerchiamo mete sempre piú lontane ed esotiche mentre i viaggi sono sempre più veloci, neutri e distaccati. Viaggiamo senza goderci il mondo e le sue infinite striature, siamo affamati della meta promessa e non accettiamo ritardi o cambi di piano. Ed allo stesso modo ci copriamo di burocrazia, regole e leggi per non guardare i singoli casi e immergere il viso nel mondo reale. Oppure ci trasciniamo in relazioni malate e stanche, oppure in apatia ed autodistruzione perché non sappiamo più imparare da quello che ci succede, non sappiamo più guardare ai nostri sbagli ma vogliamo solo che il fine sia quello di un film. Ma nei film il viaggio è una mera punteggiatura in quello che sarebbe il romanzo della vita reale. E dunque quando posso, cerco di non tagliare i viaggi, le casualità e le follie perché di loro i ricordi avranno il sapore. Ma filosofia da 5 cent. a parte, il viaggio in macchina non poteva chiaramente essere lineare, non tanto per ricerche mie di follia, non solo per lo meno, ma anche per onde del destino si potrebbe dire.

E così, dopo aver consultato l’oracolo di google maps, parto alle 7 di mattina del 30/12, sapendo che secondo l’oracolo avrei dovuto metterci qualcosa come nove ore e mezza, senza stop intermedi, chiaro. Parto e dopo meno di un’oretta mi accorgo di alcune piccole, ma proprio piccole eh, mancanze dell’ultimo secondo. Tipo il fare colazione abbondante prima di mettermi in viaggio invoglia particolarmente l’intestino, e penso sia chiaro in che senso xD Quindi dopo un paio di stop ad altrettanti bar per non meglio precisate soste “caffè”, continuo il viaggio verso l’adriatico. Già, perché a quanto pare la strada più veloce per Roma, senza passare per autostrade varie, ha come capi saldi il passaggio prima da Milano a Ravenna, per poi imboccare la E45, tutta. Tutta tutta. Quasi 400 km di superstrada dall’adriatico fino a Roma xD Comoda eh, ma interminabile :D Comunque mentre facevo strade più o meno battute verso Ravenna nell’ordine, il cellulare si spegne (e scopro che con il gps acceso in macchina si scarica più velocemente di quanto si carichi, il che è un problemino … -_-“), mentre il cellulare è spento ed in ricarica (così fa prima) ovviamente Jo mi chiama e mi messaggia. Quando lo riaccendo e riattivo il navigatore mi dimentico di togliere il passaggio dalle autostrade … così mi indirizza “subdolamente” verso la A1, fortunatamente io capisco qualcosa quando arrivo al casello ed il GPS mi dice di entrare :D

Chiaramente per far passare il tempo, al di la della radio e della musica, mi diverto a guardare fuggevolmente il paesaggio, mentre con lentezza cambia all’orizzonte. La fortuna vuole che il 30 fosse domenica, quindi pochissimo traffico sulle strade, per contro anche pochissimi distributori di GPL aperti xD così mi trovo ogni 3/4 orette a cercare in ogni angolo un distributore aperto. La prima ricerca però è stata fantastica, ero oramai in riserva spinta, e mi sarei fermato ovunque indipendentemente dal prezzo assassino esposto, ad un certo punto scorso sulla superstrada un distributore e mi dico “toh, che fortuna, ed ha pure i prezzi bassi” e mentre mi avvicino vedo che è pure aperto, e sempre più gioioso conto i metri all’arrivo della pompa, se non che al momento dell’ingresso dico “eccolo eccolo eccolo … chiuso xD”. Vedo che è sbarrato … lavori di ristrutturazione, non avevano sistemato il cartello di aperto/chiuso -_-” Riesco a superare anche le forche caudine della riserva di carburante e proseguo nel viaggio verso Latina, e mentre mi trovo a scendere dagli appennini ho la fortuna di osservare un bellissimo tramonto.

Ultimamente mi rapiscono sempre i tramonti, le notti stellate, il cielo ed i colori dei paesaggi. So che razionalmente sono tutte immagini uguali a migliaia di altre che ho già visto, non c’è nulla di “realmente” nuovo che li distingua e renda unici. Però, vedendo questo tramonto ho capito che non è quello che vedo ad essere unico, ma la commistione dell’immagine al momento in cui la vedo. Il tramonto ed il viaggio in sé, i colori così saturi e cangianti uniti al tepore di un’aria non più delle mie zone, la stanchezza del viaggio e quell’infinito che trasuda l’orizzonte e perdersi nelle distanze. Così per qualche attimo mi godo il viaggio e le sue attrattive, così usuali ed identiche ad altri viaggi, così uniche ed irripetibili come i singoli momenti che ci sono in ogni istante.

E continuando il viaggio di andata il cellulare si spegne di nuovo, e google maps ri resetta di nuovo e mi spinge ancora una volta verso le autostrade … non imparo proprio mai xD Ma dato che vedo che manca proprio poco a Roma, circa 40 km, decido di farmeli tutti per strade normalissime, nemmeno superstrada. Diciamo che la scelta è stata paesaggisticamente gratificante, un po’ meno dal punto di vista delle curve e del sali scendi sulle colline tra Orte e Roma. Piano piano supero anche Roma ed il raccordo anulare, per l’occasione incredibilmente deserto (vabbhé, i miei ricordi erano associati ad un lunedì mattina lavorativo, quindi non regge il confronto :D) , e piano piano mi dirigo verso Latina. Oramai sono alle 11 ore di macchina, interrotte solo da tre soste GPL e due soste fisiologiche, giusto per non pesare troppo sulla durata del viaggio. Ma anche quando arrivo nella via di destinazione il mio fato si diverte con me (ed io con lui ;) ), dovrei cercare il civico 16 … passo con la macchina e vedo il civico 18, e mi dico “appena superato azz!!!” , giro la macchina e torno indietro, rallento, civico 20 … civico 18 … civico 14 … mmm, e il 16 dov’è ??? xD Mi tocca passare altre due volte per vedere che il 16 era vicinissimo al 14 e quindi sembrava quasi non esserci. Cosi, dopo solo 12 ore di viaggio arrivo a destinazione.

Tra l’altro, pur avendo avvertito che sarei arrivato per le 18.30, non avrei trovato Jo che era in altre faccende affaccendata … ma è stata più veloce lei, dato che dopo aver parcheggiato mi avvicino al campanello e vedo una macchina passare dietro di me e fermarsi per posteggiare. Era lei. Perfetto tempismo direi. Ma io sono Mr tempismo :D Il ritorno sarà molto più lineare, diciamo così, ma lo metterò più avanti, qui siamo già a lunghezze spropositate del post. Ma voglio comunque terminare dicendo che è stato un gran capo d’anno. Anche se della dozzina di persone che eravamo conoscevo all’inizio solo Jo, mi sono trovato benissimo con loro, un gruppo di persone molto disponibili ed alla mano (sarà merito della padrona di casa? ;) ), con cui mi sono divertito durante l’interminabile cena luculliana, la notte passata a cazzeggiare in centro per cercare una disco, poi tirando le 5 a giocare giochi assurdi con davanti vino e spumante. E poi il giorno dopo, con l’augurio del tempo clemente, a visitare i paesini e le stupende terre limitrofe. Veramente un bel capo d’anno. Grazie davvero a Jo ed agli amici!

Vabbhé, alla fine di questo panegirico le solite immaginette :D Lo studio dell’occhio so che non è realistico, ma dato nella testa del pettirosso l’occhio era uscito troppo piatto, ho voluto capire come fare per migliorare un pochino ;)


Leave a comment

The Fine Music

Anche per quest’anno posso rimettere slitta e renne nell’armadio (vabbhé, diciamo la slitta, le renne magari le tengo in giardino :D), un altro natale sta passando ed il babbo natale che è in me può tornare al polo nord a dormire un po’. Il freddo ed il gelo lo conserveranno fino all’anno prossimo, quando nuovamente potrà uscire e fare il suo dovere, o meglio far quello che in fondo trovo più adatto alla sua persona, portare un po’ di felicità (tra virgolette, si intenda) a coloro che stimo di più.

Eppure come ogni anno torno a pensare a quello di cui sono testimone, della situazione del mondo e del suo andare avanti. Sono testimone dei suoi sforzi e delle sue cadute, dei tentativi di migliorare e del percorso che poi prende la storia. Ma senza allargarmi al mondo intero, posso già intendere cosa succeda limitandomi alla cerchia di coloro che fanno parte della mia famiglia allargata.

E di tutto questo la cosa che mi fa incazzare è che io, che me ne frego, che me ne sto lontano dal mondo ed insensibile al suo mutare accetto le sue sfide, ignoro i suoi giudizi e lo sfotto domandando se sia tutto quello che è capace di fare, io che lo sfido apertamente, ne ricevo ogni volta solo vantaggi e tutto va secondo una fortuna sfacciata che non ha motivo di esistere per me. Mentre per chi, con immane sforzo e dedizione cerca di ritagliarsi una sua esistenza normale, tranquilla e serena, si trova a combattere i capricci del destino ed imprevisti che non avrebbero senso di esistere. È tutto questo che non comprendo, è la logica di questi accadimenti che mi sfugge e timorosa si nasconde ai miei occhi. Ed è da qui che nasce il mio dissidio interiore, è qui che vorrei poter contare qualcosa e dare una mano, scambiare il mio “destino” con il vostro, dato che a me il mondo sembra aver riservato qualcos’altro che ancora non conosco, eppure so che riuscirò in ogni caso a domarlo. Io invece vorrei domare non tanto il mio futuro, quello è scontato e facile, ma il vostro, allungare una mano e potervi trarre d’impaccio, vorrei forse semplicisticamente fare di più, aiutarvi, essere migliore.

Beh, forse è un proposito, uno in più, per il prossimo anno, qualcosa da migliorare, qualcosa da cui posso imparare. Dare di più, fare qualcosa che possa essere utile, qualcosa che alla fine dei giochi rimanga, non per me che alla polvere tornerò, ma a voi che mi fate compagnia in questa mia avventura che è la vita.

Ps: che ve lo dico a fare, se serve ci sono.


4 Comments

Tecnica del disegno: La Separazione

Per i/le folli che non hanno nulla da fare e vogliono perdere la poca ragione rimasta, ebbene si, io, disegno. Lo faccio perché mi rilassa, come con i bonsai o la corsa, mi permette di staccare la mente e di concentrarmi su una sola cosa, su un solo argomento da portare a termine. Non che sia un gran che bravo (come del resto con bonsai e corsa), ma mi trovo bene con queste mie passioni, e quindi continuo da lungo tempo.
Di recente, grazie ad una amica, ho ripreso a disegnare con più gusto, credo anche perché “dover” disegnare per qualcuno mi aiuta a dare un senso, o quanto meno una direzione, ai disegni che faccio.
Questo non toglie che i miei disegni siano molto poco professionali, anzi. Sono pieni di difetti, piccoli e grandi (se chiedete vi spiego anche dove siano ;) ), e ogni volta che disegno è sempre un tormento portare a termine qualcosa, perché ogni piccolo schizzo mi sembra sempre zeppo di errori e di cose da migliorare. Ma nonostante tutto vado avanti.

Questo anche perché ho ripreso un buon metodo (funzionale anche con altre questioni) per limitare l’eccessiva attenzione a quanto sto facendo. La separazione del lavoro. La separazione aiuta a non vedere le schifezze che fate e, tornando sul luogo del delitto, potreste persino trovarle decenti gli sgorbi che il mondo stesso si è rifiutato di credere potessero esistere (o almeno per me funziona così) :D Il senso della separazione è che, cambiando focalizzazione del pensiero siamo in grado di ripristinare la corretta prospettiva, il giusto peso, a particolari che magari durante un disegno prolungato finiamo con l’ipercriticare, senza magari essere “davvero” oggettivi. Un po’ come dormire sopra una questione importante, farsi una passeggiata per schiarire la mente, alternare momenti di svago completo a momenti di studio, etc. Il metodo funziona anche con le incazzature, questioni lavorative e affari di cuore.

Beh, il tutto era per mettere almeno un disegno, ogni tanto ;)


Leave a comment

Le Onde

Premessa “doverosa”, questo post è nato in seguito ad una cena natalizia in cui il vino bianco è stato “di compagnia”, e probabilmente anche a seguito degli influssi di questo libro (anche se la tesi che propugna è parzialmente contraria a quella che penso abbia generato questo post).

Ho capito che il senso della mia vita, il senso della vita, è quello che le diamo, quello che vivendo attribuiamo al tempo passato dietro di noi. Allo stesso modo ho paura di non aver dato senso alla mia vita. Dove ho potuto, o meglio dove ne ho avuto coraggio, ho aiutato le persone a me vicine, ho cercato di dare loro il supporto che potevo per far si che la loro vita fosse quello che non sono riuscito ad ottenere con la mia, ma nonostante questo sono costantemente attanagliato dalla “paura” di non lasciare nulla dopo di me. Che assieme alla paura di non generare, creare niente di unico, sono le due forze principali che mi spingono a continuare in questo mondo. Assieme alla curiosità sul come andrà a finire questa mia vita. Mi piacerebbe credere di aver fatto qualcosa di sensato fino ad oggi, ma comprendo che tutto quello che ho fatto nella migliore delle ipotesi è stato un blando tentativo di far fruttare le mie esperienze di vita, per quanto estreme in un senso isolazionista. Forse è valsa qualcosa la mia vita, forse ancora più avanti varrà, però ad oggi sono fermo ad osservarla attraverso i miei occhiali e vedo il mio passato e presente come dipinti statici che mi trasmettono una freddezza assoluta. Certo, sono stati un riflesso di quello che ho voluto essere, e questo non fa altro che rendermi ancora più dolorosa la constatazione che con le scelte giuste avrei potuto essere tutt’altro. Ma questa è la vita si dirà, così va il mondo, ma io non posso sopportare che la casualità su questa scala influenzi l’esistenza delle persone ed abbia determinato la mia vita. Certo, oggi, ora posso scegliere di essere diverso, in ogni momento scegliamo cosa essere e quale direzione dare alla nostra vita, ma questa è una visione filosofica e distante, perché non considera che il passato ha un peso non facilmente mediabile.
Da qui nasce il desiderio di rincominciare da capo, di cancellare il proprio passato fuggendo in un nuovo mondo e poter partire da zero dove nessuno può ricordare chi siamo. Ma questo ci porrebbe ancora di più, in maniera ipocrita, sotto la nostra stessa lente di ingrandimento, perché dove nessuno ci conosce saremmo vittime del nostro stesso senso di colpa, illuminati dalla nostra stessa visione del sé, e non avremmo scampo ad un giudizio gelido ed impietoso. Per questo i pensieri di andarmene, di reiniziare di nuovo non arrivano mai a nulla di concreto. La fuga, per quanto possibile, si manifesta come cura peggiore del male che vorrebbe lenire, palliativo ad un vulnus che sarebbe solo mediato ma non risolto. Forse il mio problema è che penso troppo a cosa possa essere, non ho una reale vita affrancata al mondo sensibile e quindi mi aggrappo ad ogni pensiero e lo seguo nel suo divagare nelle oscurità. Estrema libertà, pagata al prezzo della felicità. Forse per qualcuno ne è valsa la pena, per altri varrà il contrario, ciò che è certo è che sono immerso nel mio pensiero e da li ho poche possibilità di uscita.
Ho un posto privilegiato nella vista della filosofia, della natura umana, ma farlo fruttare significa scegliere consapevolmente di sacrificare cose che ho intravisto e che vorrei sperimentare, ma forse temo sia troppo tardi per poter fare. Forse no, perché ogni volta si impara qualcosa, che non è mai troppo tardi, o come ci sia una età per ogni cosa, o ancora che ci è data una seconda chance in ogni momento.
Tante parole, una cascata di sostantivi, verbi e complementi che riassumono un pensiero un po’ alcolico, ma pur sempre qualcosa che deriva dal mio profondo sentire. È vero, le mia passioni mi permettono di scaricare questo mio dissidio interiore in altre attività, ma non mi portano ad una risposta alle domande che mi pongo, non danno un senso alle cose che vedo. Ma tutto questo può derivare, quando non dall’intuizione estatica di un solo istante, dal ragionamento razionale e logico applicato nel tempo e con pazienza.
Se è vero che in uno stato alterato non possiamo produrre più di quanto non sia già presente in noi stessi, è altrettanto vero che l’alterazione sensoriale, interna o esterna che sia, ci permette di capire, di collegare e farse salti logici che la sobrietà non ci permetterebbe, quanto meno non a a tutti. La questione si pone un po’ come l’approccio alla rete, possiamo essere noi stessi o figuranti con un ruolo da interpretare. In ognuno dei due casi seguiamo una inclinazione naturale che ci porta a qualcosa, e il cambiare il paesaggio, il mezzo in cui interagiamo per necessità di cose modifica il senso stesso delle nostre azioni, la loro direzione. E questo fa si che, per quanto strano, l’essere in un altro stato di coscienza sia di base lo stesso del “reale”, ma al tempo stesso un suo superamento (se non altro per il diverso contorno in cui si trova ad operare), uno stato che non è un completamento od un potenziamento delle facoltà originarie, semplicemente un adattamento a condizioni differenti, condizioni dove il raziocinio risulta allentato, dove i collegamenti si fanno più ampi e dove è più facile scorgere soluzioni che altrimenti non avremmo visto che nella nebbia delle ipotesi.
E dunque il mio malessere di vita deriva si dalla vita stessa, dal mio modo di pormi, ma anche dall’interazione con il mondo stesso, dal come mi sono posto nel passato e dalle conseguenze che ho ingenerato. Ora posso solo prenderne atto e dirigere una barca lungo le rapide del fiume che ho imboccato, non sapendo come andrà a finire (ma questo nessuno in particolare lo sa), ma al tempo stesso ho una libertà di azione invidiabile, e che mi permettere ancora di essere ciò che voglio. Almeno per ora.

E se ci sarà spazio per l’amore, la filosofia e la vita stessa, staremo a vedere. Ora godiamoci il momento, la logica ed i pensieri che da essa derivano, il caos e il destino che emergono impossibili ed impassibili dalle nebbie del presente. Del futuro ce ne occuperemo domani, perché di lui, per quanto vorremmo, sappiamo poco ed in modo incerto. La mia vita è incerta, come la vostra, solo che io me lo ricordo ogni volta che mi sveglio.

Arevoir